
È il giorno della partenza e come non ricordare il piccolo lago del giardino botanico straripante di ninfee e di fiori di loto ultimo omaggio a queste terre che agilmente mi riportano al titolo del libro di O.H.K. Spate che mi ha accompagnato “Un Paradiso trovato e perduto” (Ed. Storica Einaudi) e non tanto come annotazione autobiografica, ma riandando alle molte analisi svolte dai cortesissimi ospiti. Queste isole posseggono risorse e potenzialità inaudite, ma si trovano al contempo su crinali che possono determinare futuri idilliaci o catastrofici e le scelte che verranno operate nel prossimo futuro ci faranno conoscere da quale versante ruzzolerà la storia.
16 Aprile 2008
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Mi ero ripromesso di tornare nel giardino botanico di Honiara, visitato troppo frettolosamente ed un tenue spiraglio di sole mi permette di immergermi in piena solitudine in questo residuo di foresta indubbiamente pluviale. Terreno e vegetazione trasudano acqua da tutti i pori e un accenno di vapore aleggia tra liane, felci, e foglie di ogni dimensione. Quando esco dalla vegetazione un gruppo di ragazzini mi salutano cordiali ed uno di loro accenna ad una danza ben rappresenta lo spirito ironico e sornione che ho spesso riscontrato negli abitanti di queste isole. L’avviso letto all’aeroporto di Port Villa credo ben riassuma tale verve: PUOI AVERE UN EGO ENORME, MA SOLAMENTE UN BAGAGLIO CHE NON SUPERI QUESTE DIMENSIONI.
16 Aprile 2008
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È il mio ultimo giorno alle Isole Salomone per cui non posso arrendermi a questo cielo che ancora una volta riversa le sue cateratte senza pietà. La prima meta è una spiaggia già visitata dove mi immergo tra coralli di indicibile bellezza. Alcuni ricordano funghi dagli ampi ombrelli mentre altri esili rami di piccoli arbusti mentre alcuni sembrano riprodurre le fattezze di enormi masse celebrali. Il moto ondoso ora filtra tra rigide protuberanze che quasi sembra debbano spezzarsi, ora danza armoniosamente con chiome che fluttuano accondiscendenti in questo perpetuo uno-due. Piccoli pesci dall’azzurro fosforescente sembrano sospesi a contemplare le sfumature dei coralli che passano dai gialli ai verdi ma soprattutto dai viola al bordò con tramature di arabesca raffinatezza. La burrascosa giornata non permette una visione cristallina, ma non da meno pesci striati, zebrati o rigati da linee purissime mi scivolano attorno incuranti dell’impropria intrusione e finalmente non manca all’appuntamento di commiato l’ittico da me preferito: la sua gialla forma a mezzaluna si assottiglia sino a trasformarsi in due fili evanescenti ed è arricchita da marcate sottolineature quasi di rimmel. Infine un’imponente stella marina, assolutamente blu, se ne sta morbidamente adagiata sul fondo incurante di me e di tutte le maree del mondo. Quando esco dall’acqua i piedi subiscono la consueta tortura procurata dal pietrisco che disvela l’origine di queste isole: un agglomerato di conchiglie, sedimenti coralliferi e residui vulcanici.

Ancora in volo dalle Isole Fiji verso le Salomon per iniziare il lungo rientro verso casa. Il cielo è clemente e già ieri il percorso da Suva a Nadi si è trasformato in un inno alla bellezza della Coral Coast. L’imponente autobus si è destreggiato con perizia lungo la tortuosa Queen Roads che a pochi metri dal mare permette la visione di baie, insenature, spiagge, scogli che appaiono e scompaiono dal folto di foreste intricate o tra il longilineo profilo delle palme da cocco in un continuo contrasto di azzurri e verdi. Le fermate vengono effettuate all’interno di resort di indicibile fattezza che lasciano spazio a qualsiasi fantasia. Nei pressi di uno di questi, quando ormai il tramonto ha già spento i mille fuochi e l’ultimo alone rossastro rimane sospeso in un fondale degno di un teatro di ombre cinesi, l’autobus è costretto ad una lunga pausa per la foratura di un pneumatico. Ci è finalmente concesso di scendere e di compiere una pausa entrando in questo villaggio turistico che mi lascia allibito per la sfarzosità delle strutture comunque echeggianti architetture locali tra tetti di paglia ed intrecci di stuoie.L’aeroporto di Nadi è ovviamente adagiato sulla riva oceanica e, prima di addentrarci nell’immensità di un azzurro che sembra non aver punti di riferimento, sorvoliamo questa costa dove l’onda lunga si infrange sulla barriera corallina e le trasparenze delle acque lasciano ancora intravvedere l’inabissarsi degli atolli.

Il parallelo tra le Isole Fiji ed il paradiso terrestre ricorre in guide, opuscoli, letteratura, depliant e mi ero ripromesso, all’inizio di questo viaggio, di non cadere in questo facile ed edonistico epiteto davvero troppo abusato. Neppure la crociera all’Isola Malalolo era riuscita a scalfire questo mio proposito ed orami mi sentivo al sicuro immerso nella ripetitiva pioggia che ormai ha definitivamente segnato questo viaggio, anche perché all’Eden si associano atolli ricoperti da palme di cocco e consimili. L’odierna visita al Parco Colo, nei pressi della capitale Suva, ha tuttavia abbattuto ogni mia barriera difensiva e la parola paradiso mi è più volte sfuggita nel mezzo di questa foresta dove un torrente saltella di pozza in pozza con cascatelle immerse in un effluvio di verde. Con Gavin, il nostro ospite, mi avventuro prima in una benefica nuotata in uno degli innumerevoli bacini e quindi risaliamo la collina attraverso un sentiero che si immerge nella foresta e discendiamo poi seguendo il corso del torrente. Sembriamo gli unici abitatori di questa foresta e poco importa se il raggio di sole che ci aveva illuso al mattino è scomparso lasciando posto alla solita insistente pioggia. Un intrico di liane, sottobosco e piante di mille varietà brilla e riluce in un escalation di verdi sempre più improbabili. Quando giungiamo al punto dove avevamo lasciato mia sorella e gli altri accompagnatori, torna spontaneo rigettarsi nella pozza e persino l’ormai fragorosa pioggia diviene parte dell’indicibile piacere. Galleggiare volgendo il volto al cielo permette di godere di contro luci di tenui foglie che quasi sembrano vibrare mentre piccoli rivoli si formano sulle spesse foglie di banano e grosse gocce a fatica trovano interstizi liberi tra questa volta frondosa per una caduta diretta nella minuscola polla. Un allarmato gesticolare di mia sorella ci fa tornare ripidamente a riva. Il ragazzo che ci guida era salito all’auto parcheggiata più a monte per prelevare le pietanze precedentemente preparate ed ha trovato il finestrino rotto per constatare quindi il furto della borsa contenente soldi, documenti e carta di credito della signora che ci accompagna. La visione idilliaca scompare repentinamente tra denunce da compilare e verbali da stendere e diventa inevitabile constatare che anche in paradiso circoli qualche maledetto ladruncolo.