Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Archivio dell'anno 2006

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Bassano del Grappa, 24 Dicembre 2006
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Le tre riflessioni che seguono derivano da un’esperienza di Cooperazione Internazionale vissuta in Afghanistan da settembre 2003 a marzo 2004 e spero risultino ancora sufficientemente fresche e stimolanti.
Kabul, 3 Ottobre 2003
La non strada
Il piccolo aereo ha a stento trovato la pista d’atterraggio, una striscia di sabbia gialla immersa in un deserto giallo ai margini di una città di sabbia gialla nello sferzare di una bufera gialla. Da Kabul, in un terso cielo azzurro, ha sorvolato a bassa quota la teoria infinita delle montagne che costituiscono il dedalo inviolabile dell’Afghanistan centrale (da qui non è difficile dare un perché delle sconfitte di potenti eserciti prima mongoli e persiani, poi inglesi e recentemente sovietici e perché anche le attuali modernissime forze armate siano presenti pressoché solamente nei pressi delle grandi o strategiche città) . Poi il minuscolo bimotore ad elica è precipitato per due volte nel mezzo della accecante tempesta di sabbia, la prima volta ripensandoci e tornando in quota, la seconda indovinando la pista. La cittadina di Zaranj si trova all’estremo lato sud occidentale ormai a ridosso dell’Iran. Ma subito ripartiamo perché la nostra méta è Herat, una delle più belle città dell’Afghanistan, fondata da Alessandro Magno di cui rimane la fortezza ed il vivo mito di guerriero invincibile e ricca di artigianato (tappeti e vetro azzurro) e di una storia sensibile alle arti ed in particolare all’architettura e alla poesia, ma dove la decadenza è percepibile nel caotico bazar dove tanti palazzi si scrostano rovinosamente.
Il giorno trascorre partecipando a varie riunioni ed il giorno dopo il fuoristrada ci porta sulla pista di Qaul e Now ed il giorno dopo Bala Morgab per terminare a Ghormach. E’ la sede del nostro ufficio più nord occidentale a breve distanza dal Turkmenistan. Ancora un giorno e la visita ai vari cantieri (acquedotti, pozzi, scuole, cliniche) ha inizio. Ogni volta il fuoristrada si addentra nel nulla di valli sassose o colline brulle e levigate seguendo antiche direzioni di piste tracciate in chissà quali ere. Ma la strada dov’è. Non un cartello, non un’indicazione e anche quando si chiede vi è sempre la vaghezza di nomi che risuonano sempre diversi nella loro emissione gutturale ed aspirata. Ma infine in qualche modo si arriva. Eppure la domanda continua a rodermi: dov’è la strada.
Mi guardo intorno e queste montagne non sono più difficili ed impervie delle nostre e queste vie che odorano di spezie indiane, di tappeti persiani, di mercanti russi e cinesi hanno visto transitare merce ben più preziosa di quella che proveniva dai nostri altopiani. Ed allora perché non esiste una strada?
La vicenda del signorotto locale è emblematica. La pista più breve per giungere da Bala Morgab a Ghormach passava sui suoi terreni e lo disturbavano, così lui l’ha fatta saltare ed ora con il suo gruppo di armati (circa duecento kalasnikov) impedisce a chiunque di passare. Così tutti ora si inventano nuove piste che allungano il percorso di circa un’ora. Ecco un balenio di spiegazioni e di assunti. In Afghanistan manca da sempre un potere centrale che possa imporre la propria volontà sui clan familiari che rimangono la vera struttura di potere e di governo. Ogni clan vive di vita propria e nel bene e nel male non vi è un’autorità che possa prevalere sull’appartenenza al clan. Con il clan si vive e spesso ahimè si muore.
Ogni clan ha il suo clan rivale ed ecco quindi che la non-strada assume la sua doppia valenza: ogni via per essere realizzata ha bisogno di coesione e di senso del bene comune (diritti di passaggio ma soprattutto corvé di uomini che si uniscono per realizzare opere che abbisognano di sforzi ciclopici – chi ha pestato le centinaia di gradini che lastricano la Calà del Sass può avere l’esatta percezione di questa grandiosa forza collettiva), ma soprattutto la strada può divenire la via d’attacco del tuo vicino. Sono queste riflessioni che mi preoccupano per il futuro di questo paese, è vero, da troppo poco tempo sono qui per addentrarmi in analisi socio/antropologiche eppure ho la percezione che le lacerazioni di 25 anni di guerra (russi – mujahidin – talebani – bombe USA) possano in qualche modo essere rapidamente assorbite da chi in poco tempo può ricostruire la sua bicocca di fango e paglia, ma difficilmente gli aiuti umanitari potranno incidere in tradizioni che si rimandano dai tempi dei tempi in queste valli dove l’esodo dei kuchi dalle nere tende è lì ad ogni cambio di stagione a ricordare l’inammovibilità del tempo.

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Kabul, 26 Ottobre 2003

Le strade di Kabul sono orribilmente devastate, rumorose, caotiche, irrimediabilmente affollate. In molti tratti l’asfalto termina improvvisamente per lasciare il posto a polverose vie che sicuramente il prossimo inverno si trasformeranno in viscide fanghiglie. Una miriade di taxi gialli vaga ininterrottamente strombazzando spesso senza nessun costrutto, quasi a volersi udire. La patente è un documento sconosciuto per cui le regole che contano non sono quelle internazionali, ma un’interpretazione locale basata su pochi ma semplici dogmi: 1) Il più forte ha sempre ragione (nell’ordine: mezzi con armati, camion, autobus, jepponi, auto, moto, carri a trazione animale poi quelli a trazione umana, biciclette, pedoni); 2) ogni vuoto và riempito sia esso a destra, a sinistra, diritto o di traverso, sulla propria od altrui corsia. Inevitabilmente ciò che ne consegue è un continuo crearsi di ingorghi in una città che sino ad una decina di anni fa contava qualche centinaio di migliaia di abitanti ed ora supera i due milioni stimati (stimati in quanto le Nazioni Unite stanno tentando un censimento in tutto il Paese, ma incontrano grandi difficoltà poiché un capofamiglia non si farebbe mai intervistare da una donna e a nessun intervistatore maschio sarebbe concesso neppure di vedere le donne della casa). Alle stesse regole sottostanno anche i militari/poliziotti che tentano di regolare il traffico, se sono equipaggiati con kalasnikov ottengono buoni risultati, se sono disarmati terrificanti ingorghi si creano sommergendo anche la loro impotenza acclamata da una moltitudine di clacson che all’unisono strombazzano forse a richiamare l’intervento di qualche misteriosa divinità che mai comunque concede i propri favori.
In considerazione dei disastrosi incidenti che si verificavano l’autorità cittadina ha deciso di costellare tutte le strade con numerosi dossi artificiali (un’alta striscia di asfalto posta di traverso) che è assolutamente impossibile ignorare perché se superati a velocità sostenuta ne consegue la sicura rottura di ammortizzatori e semiassi e il probabile danneggiamento di denti e capocce sbatacchiate nell’abitacolo.
Il forzato rallentamento dei veicoli viene ora sfruttato da quanti chiedono la carità ed i percorsi stradali si sono così trasformati in veri e propri gironi infernali con sosta ai capitelli di un calvario inenarrabile. Moncherini di mani ormai remote pressano i finestrini ad esigere carità, chi ha avuto entrambe le gambe straziate dalle mine si trascina su piani di legno sorretti da quattro cuscinetti a sfera che permettono il loro deambulare, chi ha avuto la “fortuna” di aver perso una sola gamba, appoggiandosi alle stampelle, tiene ben sollevato l’indumento in modo che il moncone sia assolutamente inevitabile a chi passa. La quantità di vittime di mine è devastante ed il sapere che tanta sofferenza ha contribuito ad aumentare il nostro Prodotto Interno Lordo (molte mine sono di fabbricazione italiana) fa aumentare la mia impotente rabbia.
La nostra auto si muove a singhiozzo tra un dosso e l’altro e chi improvvisamente riesce a scalfire la mia assuefazione (animale terribile quest’uomo che a tutto si abitua) è un ragazzo bellissimo con occhi e capelli neri come lucida pece. Anche lui è sorretto da due stampelle, ma il suo portamento è alto e fiero e non accenna neppure a chiedere la carità. Semplicemente sta lì, vicino al suo dosso a guardarmi dritto negli occhi mentre passo lentamente con la sua accusa senza alibi. Veste un candido vestito con un elegante giubbino adorno di ricami, i larghi pantaloni bianchi sono ben stirati. Un soffio di vento giunge improvviso ed uno dei gambali si solleva come una bandiera vuota che implora la sua resa e che si incolla nel mio stomaco ad immaginare il dolore straziante e la negazione di una vita che tanto aveva promesso.

Aeroporto di Kabul

Dicembre 24th, 2006
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Kabul, 23 Ottobre 2003

L’aeroporto di Kabul inizia a divenire per me un luogo familiare. La morfologia del paese induce a scegliere l’aereo piuttosto che estenuanti ed avventurose traversate in auto e di volta in volta noto i cambiamenti che questa struttura sta sviluppando: la catenaria per i bagagli nuovamente in funzione (nessuna nostalgia per la ressa stile rugby che si doveva prima combattere); l’inaugurazione delle toilette; il vecchio addetto alle pulizie a cui è stato sostituito il vecchio sacco di juta che lui si trascinava durante tutto il giorno, nero, fangoso e gocciolante, con un vero strofinaccio per pavimenti la cui regalità lo induce ora a quasi regolari lavaggi; le nuove divise inamidate e verde corano dei militari addetti alla sicurezza che ha tolto loro la precedente aria di guerriglieri in licenza temporanea per conferire altresì un aspetto assolutamente marziale (forse l’abito non fa il monaco, ma sicuramente la divisa fa il soldato).
Le interminabili attese divengono occasioni d’incontri e di fugace contatto tra mondi che mai avrebbero immaginato di sfiorarsi e che qui sono costretti a coabitare: barbuti fedeli che nei vari abbigliamenti etnici stendono il loro tappetino all’ora della preghiera per inginocchiarsi e non perdere l’appuntamento con Allah; giapponesi con fantasmagorici zaini super accessoriati e sahariane ricche di tasche immancabilmente gonfie; canadesi ed australiani dai cappelli stile Cocodrile Dandy ; militari ISAF in borghese che anche in T-shirt riescono a ricordarti di essere “nati per uccidere”; donne velate in nero in stile Iran o affossate nei loro burka azzurri o bianchi come forse solo in Afghanistan continuano ad essere costrette (quasi mi sconvolge questa stupenda ragazza che a viso scoperto osa rivolgermi la parola in un perfetto inglese – tutto ritorna alla normalità – è Shila, di origine Afgana, ma che da dieci anni vive in California e sta tornando negli States via Islamabad con la madre e con il fratello appena sposato nel paesello locale secondo l’antico e diffuso proverbio che consiglia donne e buoi dei paesi tuoi).

Mi trovo nella sala bagagli e attendo pazientemente che la catenaria, dopo un sibilante ululato di sirena, si metta in moto per riconsegnare i rispettivi carichi. La hall non ha più quel tetro squarcio al soffitto ed anche il pavimento è stato risanato dalle ferite inferte dalle schegge di esplosioni ormai lontane. Dalle vetrate si può constatare un certo riordino, i rottami dei carri armati sono stati accumulati a fianco della pista, mentre anche le fusoliere vivisezionate, lacerate e accartocciate di un campionario incredibile di aerei sono state ammassate in un’area dedicata. Alle macerie degli edifici ci penseranno forse in futuro.
Una vecchia avvolta di nero e dal viso incartapecorito si accovaccia dignitosamente e stancamente appoggiando le spalle ad una colonna. Dietro a questa sbuca una bambina di forse sei sette anni, capelli castani, vestitino in jeans ed anche lei si accovaccia di fronte poggiandosi sui talloni con elastica naturalezza. Il suo sorriso è luce pura, la nonna con un gesto dolce ed affettuoso le sposata delicatamente i capelli dalla fronte e li accompagna dietro l’orecchio e con amorevole orgoglio le sfila dal colletto un’aurea collana che ora fa bella mostra sul petto della bimba. La donna le parla soavemente e gli occhi della bimba seguono estasiati ogni movimento delle labbra.
Anche quando il silenzio cade tra le due donne, gli occhi continuano a parlarsi in un’intimità accogliente.
Ad un’altra colonna è appoggiato un ragazzo, capelli quasi biondi e viso gentile, ma l’animo si perde nei suoi occhi enormi, sbarrati nel nulla di un terrore assente e traumatizzato. Il padre lo accompagna in ogni movimento e lui rimane lì, perdutamente immerso nel nulla del suo attimo indimenticabile, impermeabile ed imperturbabile a qualsiasi altro evento che scivola sulla sua pelle come gocce d’acqua su un telo cerato.
Non so nulla di questa gente e non voglio chiedere, rimarranno così, come anonimi fotogrammi che si imprimono nel mio cortometraggio chiamato Afghanistan.

Vetrine al Cairo

Dicembre 24th, 2006
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Bassano del Grappa, 24 Dicembre 2006
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La vetrina del Cairo giunge a conclusione del quesito che avevo lanciato all’inizio del viaggio in Egitto e che qui riporto (vedi blog del 02/11/06) ….ma la mia è anche una partenza familiare che questa foto scattata al Cairo il 30 Dicembre 1950 ricorda tra fumi quasi di narghile…Cosa ci fa questo reperto nei cassetti di casa nostra? Il retro della foto riporta con elegante calligrafia -Direzione e Personale del Banco Italo Egiziano - 30 Dicembre 1950 e stampigliato lo studio fotografico autore dello scatto GARO PHOTOGRAPHE - 40 Rue Kasr El Nil - Tel. 47240 Le Caire. Riuscirò a rintracciare questo esile e sbiadito filo di ricordi?
Una volta tornato al Cairo approfitto infatti dell’ottima conoscenza della lingua italiana della guida che ci ha accompagnati a visitare la zona archeologica alla periferia della città, per cercare con lui l’indirizzo del fotografo riportato sulla foto. La via è adiacente a dove è situato il nostro albergo e nonostante i numeri civici non siano riportati sui frontoni delle case, non ci è difficile giungere a destinazione, ma qui troviamo solamente negozi di vestiti. Sono due venditori ambulanti che ci illustrano come il fotografo Garo si sia trasferito solamente sei mesi or sono vendendo il locale ad una catena di abbigliamento. E’ così che non riesco a riannodare quel filo interrotto con la famiglia di mia moglie di cui è venuto il momento di raccontare la storia. Nei primi anni del ‘900 il nonno di mia moglie (il secondo seduto a sinistra) si sposta dalla Russia Bianca dove la sua famiglia risiede al Cairo e qui incontra la nonna di nazionalità egiziana ma con 50% di sangue inglese che evidentemente sposa. Dal matrimonio nasce la madre di mia moglie che sempre al Cairo incontra e sposa il padre di mia moglie, italiano ammalato del mal d’Africa, e da qui si trasferiranno in vari paesi del nord Africa (da non dimenticare i tentativi colonialisti italiani di quel periodo) sino a stabilizzarsi in Sudan a seguito della Compagnia petrolifera Agip. E’ quindi a Khartoum che nasce mia moglie ma solamente dopo tre anni – nel 1963 - un violento colpo di stato impone a tutti gli stranieri una immediata quanto drammatica espulsione. Neppure il tempo di raccogliere i propri indumenti e tutta la famiglia (circa una trentina di persone tra figli, zii, nonni e nipoti) si trova imbarcata sul primo aereo che dopo uno scalo a Roma li trasferisce a Venezia dove vengono accolti dalla nonna materna, vicentina da più generazioni, che accoglie tutti e garantisce una prima sussistenza che permetterà a ciascun nucleo di scegliere il proprio destino. Alcuni infatti si stabiliranno nel vicentino ma altri preferiranno tentare diversa fortuna in Australia piuttosto che in Olanda o in Belgio…. A volte chiedo a mia moglie quale sia l’origine che più sente propria (Russia Bianca – Egitto – Inghilterra - Sudan – Italia) e la lettura del saggio – L’Identità - di Amin Maalouf (lo stesso che ha scritto Samarcanda già qui citato in occasione della visita alla valle degli assassini in Iran) mi ha aperto spiragli che spero possano interessare anche chi mi legge e a cui offro questo passo
…Mi capita di fare talvolta quello che definirei “il mio esame d’identità”, come altri fanno il loro esame di coscienza. Dato che il mio scopo – come si sarà capito – non è quello di ritrovare in me stesso una qualsiasi appartenenza “essenziale” in cui potermi riconoscere, adotto l’atteggiamento opposto: scavo nella mia memoria per ritrovare il maggior numero di elementi della mia identità, li raccolgo, li allineo, non ne rinnego alcuno. Vengo da una famiglia originaria del sud arabico, stabilitasi sulla montagna libanese da secoli, e che si è sparsa in seguito, con migrazioni successive, in diversi angoli della terra, dall’Egitto al Brasile, e da Cuba all’Australia. Essa va orgogliosa di essere sempre stata al tempo stesso araba e cristiana, probabilmente dal II o dal III secolo d.C., cioè assai prima dell’affermarsi dell’Islam e addirittura prima che l’Occidente si convertisse al cristianesimo.
Il fatto di essere cristiano e di avere per lingua madre l’arabo, che è la lingua sacra dell’Islam, costituisce uno dei paradossi fondamentali che hanno forgiato la mia identità … (omissis) il fatto di essere insieme arabo e cristiano è una situazione assai specifica, molto minoritaria, non sempre facile da accettare, che segna profondamente e durevolmente la persona… (omissis) considerando separatamente questi due elementi della mia identità, mi sento vicino, sia per la lingua sia per la religione, a una buona metà dell’umanità; seguendo questi due stessi criteri simultaneamente, mi ritrovo messo a confronto con la mia specificità. (tratto da – L’identità – Amin Maalouf – Ed. Bompiani).

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Bassano del Grappa, 24 Dicembre 2006
Il tanto severo quanto opportuno monito espresso da Ariel ed apparso tra i commenti al mio blog, rimasto inoperoso e per di più incompleto, mi spinge ad abbandonare tutti gli altri impegni pre natalizi per rispettare ed onorare quanti mi hanno seguito con tanta pazienza ed in qualche modo vorrei chiedere venia a tutti, ma anche ringraziare per i simpatici incontri virtuali che qui si sono intrecciati. Per far ciò metto in rete una serie di cinque slides che spero possano fungere da saluto per questo anno che se ne diparte e da buon auspicio per quello entrante.

I Slide
Immergersi nei settecento chilometri che separano l’oasi dal Cairo, ha significato percepire con immediatezza e senza intermediazioni l’assoluta precarietà di quella linea che divide vita e morte, ma il corso è stato così intenso da assorbire con totalità tutte le nostre attenzioni immedesimandoci nella simulazione di un progetto da comprendere, analizzare e possibilmente arricchire con ipotesi e proiezioni future.
Credo sia opportuno riassumere i contenuti di questa esperienza e a tal fine riprendo il chiaro articolo della Dott.ssa Sara Bin, pubblicato sulla Rivista di Geografia n. 06, 2006
“From agricultural development to territorial development: lessons from the New Valley (Egypt)” è stato il tema del seminario residenziale del Corso di Laurea in Cooperazione allo Sviluppo dell’Ateneo padovano svoltosi dal 4 al 14 novembre nell’oasi di Dakhla (Governatorato della Nuova Valle), situata in una depressione del deserto occidentale egiziano.
L’esperienza annuale, iniziata nel 2004, è oggi alla sua terza edizione, supportata finanziariamente dal Fondo Sociale Europeo e dalla Facoltà di Scienze della Formazione, scientificamente da Pierpaolo Faggi, Presidente del Corso di Laurea, e metodologicamente dai tutor, Margherita Cestaro ed Edgar Serrano. Una trentina di studenti ha partecipato a lavori di gruppo (“gruppi madre” e “gruppi esperti” condotti con la tecnica del Jigsaw), indagini di terreno, lezioni frontali e simulazioni in una logica di cooperative learning, con l’obiettivo di identificare attori, strategie, risorse e reti che stanno oggi guidando il processo di sviluppo regionale della Nuova Valle e familiarizzare con l’ascolto e l’analisi del territorio.
Un’equipe del Dipartimento di Geografia “G. Morandini”, Pierpaolo Faggi, Graziano Rotondi e Sara Bin insieme ad Edgar Serrano, ha accompagnato la spedizione di “futuri cooperanti” alla scoperta del processo di territorializzazione delle oasi del deserto occidentale il cui risultato osservabile, è la nascita di un clone del Nilo, di una “nuova valle” servita dalle acque fossili dell’immenso acquifero nubiano. Avviata durante il periodo nasseriano (1959) e proseguita con la politica della “porta aperta” di Sadat (1970-1981), la conquista di questo territorio attraverso la realizzazione di un progetto di sviluppo agricolo che favorisse il decongestionamento del delta e della “vecchia valle”, presenta oggi, durante l’era Mubarak (dal 1981), elementi interessanti per uno studio multi e transcalare delle politiche statali di sviluppo, focalizzate per il futuro sul faraonico progetto Toshka che aspira a portare l’acqua del Nilo dal lago Nasser alle oasi del deserto occidentale.
L’osservazione delle interazioni uomo-ambiente, delle pratiche agricole tradizionali e dei nuovi sistemi di agricoltura irrigata, il confronto con le esperienze dei tecnici esperti in agricoltura ed irrigazione, il tentativo di ascolto degli attori locali, delle loro tensioni ed inquietudini, l’incontro con altri settori di sviluppo come il turismo, i trasporti, l’imprenditoria privata, il commercio e l’artigianato, hanno contribuito ad incrementare le conoscenze del territorio utili ad ipotizzare scenari futuri per la Nuova Valle. Il seminario residenziale ha rappresentato, quindi, un’occasione per fare esperienza di come il territorio e i saperi territoriali siano una costruzione in continua evoluzione e la pratica del lavoro di terreno ne è stata il banco di prova. Il percorso intrapreso dagli studenti è stato un confronto continuo tra ingenuità ed entusiasmo, incertezze e conquiste cognitive in cui la geografia si conferma come forma conoscitiva pertinente per leggere, analizzare ed interpretare la complessità dei sistemi territoriali e delle loro progettualità.
Sara Bin
Padova, Dipartimento di Geografia “G. Morandini” dell’Università;
Sezione Veneto

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