
Kabul, 23 Ottobre 2003
L’aeroporto di Kabul inizia a divenire per me un luogo familiare. La morfologia del paese induce a scegliere l’aereo piuttosto che estenuanti ed avventurose traversate in auto e di volta in volta noto i cambiamenti che questa struttura sta sviluppando: la catenaria per i bagagli nuovamente in funzione (nessuna nostalgia per la ressa stile rugby che si doveva prima combattere); l’inaugurazione delle toilette; il vecchio addetto alle pulizie a cui è stato sostituito il vecchio sacco di juta che lui si trascinava durante tutto il giorno, nero, fangoso e gocciolante, con un vero strofinaccio per pavimenti la cui regalità lo induce ora a quasi regolari lavaggi; le nuove divise inamidate e verde corano dei militari addetti alla sicurezza che ha tolto loro la precedente aria di guerriglieri in licenza temporanea per conferire altresì un aspetto assolutamente marziale (forse l’abito non fa il monaco, ma sicuramente la divisa fa il soldato).
Le interminabili attese divengono occasioni d’incontri e di fugace contatto tra mondi che mai avrebbero immaginato di sfiorarsi e che qui sono costretti a coabitare: barbuti fedeli che nei vari abbigliamenti etnici stendono il loro tappetino all’ora della preghiera per inginocchiarsi e non perdere l’appuntamento con Allah; giapponesi con fantasmagorici zaini super accessoriati e sahariane ricche di tasche immancabilmente gonfie; canadesi ed australiani dai cappelli stile Cocodrile Dandy ; militari ISAF in borghese che anche in T-shirt riescono a ricordarti di essere “nati per uccidere”; donne velate in nero in stile Iran o affossate nei loro burka azzurri o bianchi come forse solo in Afghanistan continuano ad essere costrette (quasi mi sconvolge questa stupenda ragazza che a viso scoperto osa rivolgermi la parola in un perfetto inglese – tutto ritorna alla normalità – è Shila, di origine Afgana, ma che da dieci anni vive in California e sta tornando negli States via Islamabad con la madre e con il fratello appena sposato nel paesello locale secondo l’antico e diffuso proverbio che consiglia donne e buoi dei paesi tuoi).
Mi trovo nella sala bagagli e attendo pazientemente che la catenaria, dopo un sibilante ululato di sirena, si metta in moto per riconsegnare i rispettivi carichi. La hall non ha più quel tetro squarcio al soffitto ed anche il pavimento è stato risanato dalle ferite inferte dalle schegge di esplosioni ormai lontane. Dalle vetrate si può constatare un certo riordino, i rottami dei carri armati sono stati accumulati a fianco della pista, mentre anche le fusoliere vivisezionate, lacerate e accartocciate di un campionario incredibile di aerei sono state ammassate in un’area dedicata. Alle macerie degli edifici ci penseranno forse in futuro.
Una vecchia avvolta di nero e dal viso incartapecorito si accovaccia dignitosamente e stancamente appoggiando le spalle ad una colonna. Dietro a questa sbuca una bambina di forse sei sette anni, capelli castani, vestitino in jeans ed anche lei si accovaccia di fronte poggiandosi sui talloni con elastica naturalezza. Il suo sorriso è luce pura, la nonna con un gesto dolce ed affettuoso le sposata delicatamente i capelli dalla fronte e li accompagna dietro l’orecchio e con amorevole orgoglio le sfila dal colletto un’aurea collana che ora fa bella mostra sul petto della bimba. La donna le parla soavemente e gli occhi della bimba seguono estasiati ogni movimento delle labbra.
Anche quando il silenzio cade tra le due donne, gli occhi continuano a parlarsi in un’intimità accogliente.
Ad un’altra colonna è appoggiato un ragazzo, capelli quasi biondi e viso gentile, ma l’animo si perde nei suoi occhi enormi, sbarrati nel nulla di un terrore assente e traumatizzato. Il padre lo accompagna in ogni movimento e lui rimane lì, perdutamente immerso nel nulla del suo attimo indimenticabile, impermeabile ed imperturbabile a qualsiasi altro evento che scivola sulla sua pelle come gocce d’acqua su un telo cerato.
Non so nulla di questa gente e non voglio chiedere, rimarranno così, come anonimi fotogrammi che si imprimono nel mio cortometraggio chiamato Afghanistan.