
Njombe, 20 Settembre2006
Questa missione è stata organizzata pensando al tempo minimo necessario per chiarire tutti gli aspetti legati al progetto e nel programma che abbiamo fissato in collaborazione con la NDO non vi è spazio per poter concedersi diversivi turistici quali una piacevole capatina al Lago Nyasa o al Parco Nazionale Ruaha che altresì consiglierei con calore se ve ne fosse la possibilità. La giornata è dedicata ai progetti della ong CEFA che sono situati nei villaggi di Matembwe e Ikondo. E’ un’immersione in quell’Africa rurale di cui solitamente tutti parlano, ma che pochi conoscono, ed al contempo un’ottima occasione per visitare John Kamonga, Clemence Malekela e Federica Molteni. Abbandoniamo quasi subito la strada asfaltata per inoltrarci sulla comoda via sterrata che si inoltra in ordinate foreste prima di acacia nera e quindi di eucalipto di proprietà della corona britannica. E’ questo uno dei residui coloniali, un territorio di migliaia di ettari ancora appartenenti alla famiglia reale britannica su cui insistono foreste ordinatamente piantate e che vengono sistematicamente tagliate e riforestate per fornire la materia prima ad una segheria i cui scarti alimentano una centrale termoelettrica. Sulla stessa proprietà si estendono ampie coltivazioni di tee i cui raccolti alimentano l’impianto di lavorazione sempre appartenente alla medesima Company che gestisce l’intero patrimonio e le attività produttive.
Raggiungere Matembwe risulta pertanto agevole e piacevole, ma Padre Ladislao, che ci sta scarrozzando a destra e a manca dal nostro arrivo, è assai preoccupato della lunghezza del viaggio per cui ci sollecita ad abbreviare la nostra visita. John e Clemence sono rispettivamente il Presidente ed il Contabile della ditta che il CEFA ha fondato per donare ai locali gli impianti costruiti in anni di progetti e garantirne la gestione. John in particolare ha effettuato un percorso che l’ha portato a formarsi in Italia e divenire in seguito responsabile CEFA per l’intera Tanzania. Il clima con loro è come sempre scherzoso ed ironico e sono rammaricati di dover limitare la loro ospitalità ad un semplice caffè gustato presso il centro sociale dove un ammiccante forno potrebbe sfornare pizze, pane e torte che le donne del villaggio hanno imparato a cuocere con maestria dalla moglie dell’attuale sindaco di Santorso (entrambi hanno trascorso qui tre anni come volontari). Non vi è quindi nemmeno il tempo per visitare gli impianti idroelettrici, l’acquedotto, la falegnameria e la centrale ed il caseificio che costituiscono la nervatura principale dell’azienda, ma l’immediata simpatia dei due Tanzaniani coinvolge anche Paola, Bruno e Willy che malvolentieri risalgono a bordo punzecchiati da un irriducibile Ladislao. La locale parrocchia ci affida ad una giovane guida in quanto il nostro prete autista non conosce l’area e contemporaneamente ci viene promessa una bottiglia di vino proveniente dal vicino vigneto e già anticipo che al ritorno le bottiglie saranno due prontamente trangugiate durante la cena serale nella mensa di Njombe scoprendo con piacere che trattasi di un corposo e profumatissimo clinton.
La strada cambia presto aspetto e meglio comprendiamo i sorrisini ironici che apparivano sui volti di chi udiva la nostra volontà di recarci ad Ikondo. E’ un continuo sali e scendi con pendenze a volte vertiginose e con la strada che si restringe sempre più costringendo l’auto a sobbalzanti peripezie su un fondo costellato da buche e affossamenti resi viscidi da una fastidiosa pioggerella.
Fortunatamente il fuoristrada è un’ottima Toyota ed anche l’autista se la cava con destrezza. Dopo un breve passaggio tra colline piuttosto rade, ci immergiamo in un paesaggio affascinante dove si percepisce la forza di questa terra dapprima con una vegetazione selvaggia ed esuberante per poi far posto, a circa 2.000 metri d’altitudine, ad ordinati seppur piccoli appezzamenti di tee. Il grigiore meteorologico si trasforma in foschia che ci impedisce di godere appieno dello straripare del verde in gradazioni intense. Lungo la via incontriamo umili villaggi composti da minimali costruzioni in mattoni crudi con coperture a volte in lamiera ed a volte in paglia. Nugoli di bimbi salutano festosi e gioiosi il passaggio del veicolo mentre donne dai colorati abbigliamenti si scostano sul bordo sempre perfettamente erette e sorreggendo sul capo fascine di legna, canne da zucchero, fasci d’erba, recipienti di tutte le forme e le dimensioni. Spesso dal telo che le avvolge fa capolino la testa di un bimbo che quasi sempre dorme protetto in questa specie di marsupio.
Decisamente scheckerati giungiamo infine ad Ikondo e ciò che subito ci stupisce è l’esuberante giardino che fronteggia le belle abitazioni dei volontari dove il fucsia della bougonville domina incontrastata tra ibiscus ed altri fiori.
Federica ci accoglie con un confortante sorriso e con conchiglie al pomodoro e parmigiano nonché focaccia al rosmarino cucinate con italica maestria dalla localissima cuoca che ha momentaneamente sistemato la figlioletta in uno scatolone di cartone a mo’ di chicco-box e poi se la avvolge sulle spalle con dolce eleganza. Il crono-ladislao è impietoso e la visita a falegnameria, officina meccanica, laboratorio di maglieria, scuola elementare e villaggio si trasforma in una sorta di corsa a tappe, ma si riesce comunque a percepire la pesantezza della vita in questa area remota. A stento riusciamo ad immaginare come possono essere stati i due anni e mezzo trascorsi da questa caparbia antropologa impegnata da sola a riorganizzare coltivazioni, avviare corsi di addestramento professionale, seguire progettazioni e realizzazioni di linee elettriche ed acquedotti. Attraversiamo il villaggio infilandoci tra i curiosi abitanti che sostano sulla via principale, l’unica sulla quale si affacciano striminzite bottegucce che offrono poche verdure ed un limitato campionario di attrezzi e cianfrusaglie. Il dispensario è una costruzione fatiscente ed ora vuoto in quanto l’infermiera che presta qui servizio ha svolto in mattinata la periodica pesatura dei bimbi che puntualmente vengono portati qui dalle numerose mamme. Appare infine l’auto di Ladislao che ci invita inesorabilmente a partire per non essere colti dall’oscurità in un’area effettivamente non confortevole e a malincuore salutiamo Federica sperando con lei che chi la sostituirà tra pochi mesi (lei è a fine missione) sappia proseguire quanto sin qui realizzato portando idee e capacità nuove per seguire il difficile passaggio tra la realizzazione delle opere da parte della ong di Bologna e la gestione delle stesse alla locale popolazione che manca di qualsiasi formazione professionale e soprattutto manageriale.