Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Archivio dell'anno 2006

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02/11/2006
Bassano del Grappa
Ancora una volta mi colgo in preparativi per un nuovo viaggio. Il 2006 non è stato per me certamente parco di opportunità. Prima il fortunato incontro con Giuseppe Bosio che mi ha permesso di percorrere la via da Bassano a Delhi passando visitando Turchia, Iran, Pakistan ed India e quindi la breve ma intensa missione in Tanzania per il progetto Politecnico di Njombe ed ora una nuova opportunità offertami dal corso di Cooperazione e Sviluppo a cui mi sono iscritto presso l’Università di Padova e che organizza uno stage nell’oasi di Dakhla in Egitto. Spero vi sarà l’opportunità in questi dieci giorni di una connessione internet per poter aggironare chi con tenacia continua a leggermi e ad inviare preziosi messaggi su questo blog.
Ma la mia è anche una partenza familiare che questa foto scattata al Cairo il 30 Dicembre 1950 ricorda tra fumi quasi di narghile…Cosa ci fa’ questo reperto nei cassetti di casa nostra? Il retro della foto riporta con elegante calligrafia -Direzione e Personale del Banco Italo Egiziano - 30 Dicembre 1950 e stampigliato lo studio fotografico autore dello scatto GARO PHOTOGRAPHE - 40 Rue Kasr El Nil - Tel. 47240 Le Caire. Riuscirò a rintracciare questo esile e sbiadito filo di ricordi?

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Bassano del Grappa, 25 Settembre2006
Di nuovo a Bassano. Come nella foto scattata a Zanzibar, le luci del tramonto hanno incendiato l’Oceano Indiano con una vampata piena di ricordi e di pensieri. L’ultimo giorno è trascorso sulla spiaggia di Kunduchi, nei pressi di Dar Es Salaam ed ancora più difficile è stato abbandonare quest’Africa che ha saputo colmarci anche con queste ultime pennellate tropicali di bianche sabbie, azzurro oceano e verde palma. Ma non sono le spiagge riservate ai ricchi ad occupare la mia mente. Un buon libro, inaspettatamente prestato dal solitamente punzecchiante Gianni, ha accompagnato questo rapido tour e volentieri lo segnalo in quanto tenta di rovesciare la prospettiva di un’Africa non bisognosa di aiuto, ma di un Occidente che necessita del suo rinnovamento ed ecco quindi - L’Africa in Soccorso Dell’Occidente – di Anne-Cécile Robert - Editrice Missionaria Italiana.
La tesi non è scontata e tenta di uscire da banalità rifuse per addentrarsi in analisi che non scagionano nessuno per poi chiedersi quale positiva energia possa derivare alla vecchia società da un continente che sta accumulando una forza latente paragonabile a quella di uno Tzunami prima del suo scatenarsi. Mi tornano così alla mente le piacevoli e profonde serate trascorse sorseggiando in compagnia del Vescovo e di Father Wella dissertando sulle visioni profetiche del Padre della Patria Nyerere – eroe nazionale e figura pressoché sconosciuta in Italia - sognando poi la realizzazione della scuola di Arti e Mestieri consapevoli che non sarà una relazione a senso unico, ma potrà divenire un’ottima opportunità perché nostri studenti, insegnanti e non solo possano attingere, da questo mondo altro, valori e stimoli tutti da scoprire.

Questo Blog torna a sopire e già vi da appuntamento ai primi di novembre per uno stage universitario da effettuare in Egitto. Sempre grazie a quanti, conosciuti e più o meno sconosciuti, hanno avuto ed avranno la graziosa cortesia di esprimersi su questo blog.

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Njombe, 22 Settembre2006
Di buon mattino mi reco nuovamente con Zenobio alla fattoria già visitata ieri per suggerirgli alcuni accorgimenti tecnici da adottare. Rimango sempre stupito dalla grande attenzione di questa gente, ma soprattutto della loro disponibilità a cambiare con estrema flessibilità ed apertura mentale. Dovrò quindi trovare il modo di fargli pervenire alcuni libri che gli possano essere di sostegno.
Quando Ladislao giunge con i miei tre compagni di viaggio, è chiaro che ormai la missione sta volgendo al termine e che la visita al centro di suore benedettine di Imiliwaha assumerà inevitabilmente un marcato carattere di scampagnata. Bruno e Willy in particolare danno il meglio di se stessi per rendere ilare la visita, spesso a spese del malcapitato Ladislao, e quando ce ne andiamo le suore ancora non riescono a trattenere le risate.
La regola Ora et Labora si è qui trasformata non in mura di clausura ma in strutture daccoglienza per laboratori dartigianato e scuole secondarie capaci di ospitare più di 400 ragazze. Solamente lorfanatrofio e la scuola materna colpiscono per la loro decadenza e miseria, ma già le nuove strutture, offerte da un gruppo di Torino, sono in fase di ultimazione e ci auguriamo di cuore che i frizzanti bimbetti possano presto trovarvi sistemazione.

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Njombe, 21 Settembre2006
Emanuel, giovane laureato che svolge la propria attività presso la NDO, su nostra richiesta, ci ha organizzato una visita ad alcune scuole per poter darci un’idea del contesto educativo locale. Veniamo così ricevuti nel modestissimo ufficio di Presidenza della locale scuola primaria statale dove il Preside e la sua vice ci accolgono forse un po’ stupiti in quanto a loro dire possiamo essere annoverati tra i rari ospiti stranieri. La scuola accoglie 740 studenti (la percentuale sia di maschi che di femmine è pressoché del 50%) seguiti da un gruppo di 24 insegnanti in aule che contengono dai 45 ai 100 ragazzi. Alla parete dell’ufficio un vistoso schema illustra quanti libri la scuola possiede per ognuna delle otto materie insegnate suddivisi per le sette classi che costituiscono il ciclo della scuola primaria. Pochi sono coloro che possono permettersi l’acquisto dei libri di testo per cui questi libri vengono usati collettivamente, ma non possono essere portati a casa. Anche per gli insegnanti la paga non supera i fatidici due euro giornalieri nonostante costituisca titolo preferenziale il possesso di una laurea al momento dei concorsi per le assunzioni. Notiamo un certo subbuglio tra i ragazzi in parte dovuto alla nostra presenza, ma soprattutto al fatto che l’indomani si terrà la festa dedicata a quanti terminano il percorso primario. Al mattino la festa è per tutti, ma al pomeriggio potranno partecipare solamente coloro che saranno in grado di portare qualche dolce o cibaria da casa. Assistiamo così alle ultime prove di danza e canto del coro femminile ed il ritmo delle percussioni è davvero coinvolgente mentre la flessuosità e la ritmicità delle ragazzine è quantomeno invidiabile. La nostra entrata in alcune delle fatiscentissime aule viene accolto da ordinati e scanditi saluti in inglese. Ci viene spiegato che la disciplina viene rigorosamente impartita anche ricorrendo a qualche bacchettata assolutamente autorizzata nel percorso didattico e Ladislao non perde l’occasione per criticare la perdita d’autorità, da lui riscontrata in Italia, dei genitori nei confronti dei figli a cui tutto è concesso. La nostra dipartita viene salutata da acclamazioni e sorrisi a 32 denti con quella capacità di gioioso e spontaneo trasporto che tanto spesso abbiamo constatato tra questi ragazzi. Ci rechiamo quindi presso piccole scuole professionali diocesane di falegnameria e di sartoria. La prima struttura, a dir poco modesta, è suddivisa in due laboratori, il primo malamente attrezzato con pochi macchinari elettrici, il secondo riservato alle lavorazioni manuali, ma dove gli strumenti si limitano a quattro pialle e pochi scalpelli ed è così che il metro, che avevo portato con me, decide di fermarsi a far compagnia al collega africano, unico rappresentante della categoria per circa 15 studenti. La scuola di sartoria è stata fondata da una suora tedesca e la pulizia e la cura riposte nella semplicità della struttura denotano l’influenza teutonica. Anche qui la ventina di ragazze che seguono i corsi possono usufruire di poche macchine da cucire e le stoffe vengono raccattate tra i resti degli stock dei negozi. Un laboratorio per la produzione di gessi da lavagna è stato allestito per creare una fonte di reddito e dare sostenibilità alla struttura che è accessibile solamente a quante possono pagare la retta annuale di 100.000 scellini tanzaniani (circa 61 Euro) più un sacco di mais ed uno di fagioli. La difficoltà maggiore sarà comunque incontrata dalle ragazze al momento del termine del corso in quanto la loro attività sarà legata alla capacità della famiglia di acquistare una macchina da cucire meccanica da poter installare nel villaggio di provenienza.
Nel pomeriggio ci rechiamo a visitare la bella fattoria creata dal precedente vescovo per l’auto sostentamento delle circa quaranta persone che vivono nel centro diocesano. Anche qui è evidente l’influenza del trentino Baba Camillo che ha insegnato come costruire stalle, recinti, tettoie e porcilaie. Anche le razze selezionate provengono dall’Europa e la loro floridezza denota la buona conduzione dell’azienda che è stata facilmente acquistata dalla diocesi quando nel 1961 i precedenti proprietari inglesi hanno avuto paura dell’indipendenza di carattere socialista promulgata in Tanzania e se ne sono fuggiti nel per loro rassicurante Sud Africa. Nuovi impianti di meli si accompagnano a quelli di avocado e dal gorgheggiante torrente proviene il sistema di irrigazione che in parte va ad alimentare un sistema di vasche che l’attuale vescovo ha ideato per l’allevamento di pesce. Un recinto è poi dedicato ad ospitare tutto il pollame (anatre – galline – faraone e tacchini) che vengono donati al vescovo durante le visite pastorali ai villaggi.

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Njombe, 20 Settembre2006
Questa missione è stata organizzata pensando al tempo minimo necessario per chiarire tutti gli aspetti legati al progetto e nel programma che abbiamo fissato in collaborazione con la NDO non vi è spazio per poter concedersi diversivi turistici quali una piacevole capatina al Lago Nyasa o al Parco Nazionale Ruaha che altresì consiglierei con calore se ve ne fosse la possibilità. La giornata è dedicata ai progetti della ong CEFA che sono situati nei villaggi di Matembwe e Ikondo. E’ un’immersione in quell’Africa rurale di cui solitamente tutti parlano, ma che pochi conoscono, ed al contempo un’ottima occasione per visitare John Kamonga, Clemence Malekela e Federica Molteni. Abbandoniamo quasi subito la strada asfaltata per inoltrarci sulla comoda via sterrata che si inoltra in ordinate foreste prima di acacia nera e quindi di eucalipto di proprietà della corona britannica. E’ questo uno dei residui coloniali, un territorio di migliaia di ettari ancora appartenenti alla famiglia reale britannica su cui insistono foreste ordinatamente piantate e che vengono sistematicamente tagliate e riforestate per fornire la materia prima ad una segheria i cui scarti alimentano una centrale termoelettrica. Sulla stessa proprietà si estendono ampie coltivazioni di tee i cui raccolti alimentano l’impianto di lavorazione sempre appartenente alla medesima Company che gestisce l’intero patrimonio e le attività produttive.
Raggiungere Matembwe risulta pertanto agevole e piacevole, ma Padre Ladislao, che ci sta scarrozzando a destra e a manca dal nostro arrivo, è assai preoccupato della lunghezza del viaggio per cui ci sollecita ad abbreviare la nostra visita. John e Clemence sono rispettivamente il Presidente ed il Contabile della ditta che il CEFA ha fondato per donare ai locali gli impianti costruiti in anni di progetti e garantirne la gestione. John in particolare ha effettuato un percorso che l’ha portato a formarsi in Italia e divenire in seguito responsabile CEFA per l’intera Tanzania. Il clima con loro è come sempre scherzoso ed ironico e sono rammaricati di dover limitare la loro ospitalità ad un semplice caffè gustato presso il centro sociale dove un ammiccante forno potrebbe sfornare pizze, pane e torte che le donne del villaggio hanno imparato a cuocere con maestria dalla moglie dell’attuale sindaco di Santorso (entrambi hanno trascorso qui tre anni come volontari). Non vi è quindi nemmeno il tempo per visitare gli impianti idroelettrici, l’acquedotto, la falegnameria e la centrale ed il caseificio che costituiscono la nervatura principale dell’azienda, ma l’immediata simpatia dei due Tanzaniani coinvolge anche Paola, Bruno e Willy che malvolentieri risalgono a bordo punzecchiati da un irriducibile Ladislao. La locale parrocchia ci affida ad una giovane guida in quanto il nostro prete autista non conosce l’area e contemporaneamente ci viene promessa una bottiglia di vino proveniente dal vicino vigneto e già anticipo che al ritorno le bottiglie saranno due prontamente trangugiate durante la cena serale nella mensa di Njombe scoprendo con piacere che trattasi di un corposo e profumatissimo clinton.
La strada cambia presto aspetto e meglio comprendiamo i sorrisini ironici che apparivano sui volti di chi udiva la nostra volontà di recarci ad Ikondo. E’ un continuo sali e scendi con pendenze a volte vertiginose e con la strada che si restringe sempre più costringendo l’auto a sobbalzanti peripezie su un fondo costellato da buche e affossamenti resi viscidi da una fastidiosa pioggerella.
Fortunatamente il fuoristrada è un’ottima Toyota ed anche l’autista se la cava con destrezza. Dopo un breve passaggio tra colline piuttosto rade, ci immergiamo in un paesaggio affascinante dove si percepisce la forza di questa terra dapprima con una vegetazione selvaggia ed esuberante per poi far posto, a circa 2.000 metri d’altitudine, ad ordinati seppur piccoli appezzamenti di tee. Il grigiore meteorologico si trasforma in foschia che ci impedisce di godere appieno dello straripare del verde in gradazioni intense. Lungo la via incontriamo umili villaggi composti da minimali costruzioni in mattoni crudi con coperture a volte in lamiera ed a volte in paglia. Nugoli di bimbi salutano festosi e gioiosi il passaggio del veicolo mentre donne dai colorati abbigliamenti si scostano sul bordo sempre perfettamente erette e sorreggendo sul capo fascine di legna, canne da zucchero, fasci d’erba, recipienti di tutte le forme e le dimensioni. Spesso dal telo che le avvolge fa capolino la testa di un bimbo che quasi sempre dorme protetto in questa specie di marsupio.
Decisamente scheckerati giungiamo infine ad Ikondo e ciò che subito ci stupisce è l’esuberante giardino che fronteggia le belle abitazioni dei volontari dove il fucsia della bougonville domina incontrastata tra ibiscus ed altri fiori.
Federica ci accoglie con un confortante sorriso e con conchiglie al pomodoro e parmigiano nonché focaccia al rosmarino cucinate con italica maestria dalla localissima cuoca che ha momentaneamente sistemato la figlioletta in uno scatolone di cartone a mo’ di chicco-box e poi se la avvolge sulle spalle con dolce eleganza. Il crono-ladislao è impietoso e la visita a falegnameria, officina meccanica, laboratorio di maglieria, scuola elementare e villaggio si trasforma in una sorta di corsa a tappe, ma si riesce comunque a percepire la pesantezza della vita in questa area remota. A stento riusciamo ad immaginare come possono essere stati i due anni e mezzo trascorsi da questa caparbia antropologa impegnata da sola a riorganizzare coltivazioni, avviare corsi di addestramento professionale, seguire progettazioni e realizzazioni di linee elettriche ed acquedotti. Attraversiamo il villaggio infilandoci tra i curiosi abitanti che sostano sulla via principale, l’unica sulla quale si affacciano striminzite bottegucce che offrono poche verdure ed un limitato campionario di attrezzi e cianfrusaglie. Il dispensario è una costruzione fatiscente ed ora vuoto in quanto l’infermiera che presta qui servizio ha svolto in mattinata la periodica pesatura dei bimbi che puntualmente vengono portati qui dalle numerose mamme. Appare infine l’auto di Ladislao che ci invita inesorabilmente a partire per non essere colti dall’oscurità in un’area effettivamente non confortevole e a malincuore salutiamo Federica sperando con lei che chi la sostituirà tra pochi mesi (lei è a fine missione) sappia proseguire quanto sin qui realizzato portando idee e capacità nuove per seguire il difficile passaggio tra la realizzazione delle opere da parte della ong di Bologna e la gestione delle stesse alla locale popolazione che manca di qualsiasi formazione professionale e soprattutto manageriale.

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