
Sembrava che questa data non dovesse più arrivare, ma gli ultimi giorni sono corsi frenetici ed il lungo tragitto sino a Ho Chi Minh (con tutto il rispetto per i miti di questo paese preferisco Saigon forse per attaccamento ai sedimenti mentali dei miei anni 70) mi ha visto troppo teso per poter dormire e quindi una volta giunto in albergo mi sono praticamente addormentato in forma letargica. La sera è stata sufficiente per una cena ed una puntata ad internet cafe, ma poi il calore e la stanchezza hanno prevalso, più o meno anche Giuseppe si trovava nelle stesse condizioni e l’accordo per una dignitosa ritirata è stato unanime.
Questa mattina invece ci siamo svegliati pieni di buoni propositi ed una volta affidato i nostri passaporti per i visti per il Laos ed il rientro in Vietnam, ci siamo affidati ai consigli della Lonely Planet per affrontare il primo percorso pedestre consigliato. Immaginavo Saigon come ad una delle tante città del terzo mondo, ma ho dovuto ben presto ricredermi. Le vie sono pulite e fiancheggiate da negozi ricolmi di mercanzie di qualsiasi tipo. Il fattore più shockante è sicuramente il traffico che vede auto di buona qualità, ma soprattutto un mare, un oceano, una galassia di moto e motorini che sfrecciano inesorabili da e per tutte le direzioni. Il livello d’inquinamento è fuori da ogni immaginazione e molti centauri viaggiano protetti da maschera e guanti che coprono quasi completamente le braccia. Attraversare la strada è una prova di abilità eppure in qualche modo deve esistere un codice comportamentale in quanto sinora non abbiamo assistito ad alcun incidente ed anche noi risultiamo incolumi.
Non percepisco alcuna aggressività tipica ad esempio nelle grandi città indiane ed anche i venditori, pur non mancando nelle loro tentate vendite, non sono asfissianti e dopo alcuni dinieghi si ritraggono senza polemiche.
Abbiamo visitato alcuni musei, ma la mente rimane incollata a quello denominato “Museo dei residuati bellici”. La città non porta più alcun segno del lungo conflitto, ma le foto ed i reperti traghettano la mente a quegli anni in cui il conflitto sembrava immutabile ed eterno, senza soluzione di sorta tanto che io ricordo la mia incredulità quando venne annunciato, nel 1973, il ritiro delle truppe americane. Mi risulta difficile svegliarmi dagli incubi anche se il mio servizio civile da lì a poco sarebbe stato determinato anche da quella catastrofe umana. Questo museo, frequentatissimo e perennemente sovra affollato, riapre quelle ferite che in qualche modo sono personali non solamente per il mio sentirmi parte di questo genere umano, ma anche perché ancora le atrocità si sono ripetute e continuano a ripetersi passando di incubo in incubo con popoli e gente che continua ad essere massacrata, avvilita, umiliata e dolorante. Le foto degli atroci effetti del napal e le mille torture inflitte alla popolazione civile dovrebbero essere sufficienti ad un universale “mai più” e sembra impossibile che tanta conclamata sofferenza non sia sufficiente a fermare qualsiasi conflitto.
5 Febbraio 2008 alle 09:48
ho sempre trovato una logica per spiegare qualsiasi posizione, e mi sconvolge quella che conduce certi uomini al massacro. via al tuo viaggio, che già ti invidio.(lo so che non è il momento, ma prova ad ingrandire i caratteri quando pubblichi così all’occhio è piu piacevole).buona fortuna!