Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)
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Frangipane! Nei miei viaggi è l’albero che bramo con particolare affetto perché dolce e soave è il profumo dei suoi fiori e delicati ed immacolati i loro petali con una leggera sfumatura di giallo che conduce all’intimo dei loro segreti. Cinque splendidi esemplari si ergono in questo cortile e la loro vista dovrebbe allietarmi nel pieno della loro immacolata fioritura. Chi li ha piantati a far corona ad un albero di mango probabilmente aveva immaginato come le folate di vento potevano inondare del delicato effluvio le aule di quello che era stato creato come uno dei principali istituti superiori di Phnom Penh. Ma nell’aprile del 1975 questo è divenuto uno dei più infami carceri del regime di Pol Pot – Security 21 - e da qui sono transitati circa 17.000 prigionieri di cui solamente 7 sono stati trovati in vita al momento della liberazione avvenuta nel gennaio del 1979. Gli altri sono stati torturati e sterminati, spesso a sprangate, alla periferia di Phom Penh per essere poi ammassati nelle orrende fosse comuni.
Il Museo del Genocidio, che ora qui testimonia le efferatezze compiute da questa folata di pazzia collettiva, è mal tenuto e sporco in ogni suo dove nonostante la miriade di turisti che vi accede, ma ogni singolo particolare è un pugno allo stomaco che non ti lascia per tutto il percorso. Nessuna via di scampo, né per prigionieri ma neppure per gli aguzzini. Di entrambi vengono riportate foto e storie che vengono poi narrate in un toccante documentario in cui difficile è tracciare lo spartiacque tra vittime e carnefici anche perché a lungo i capi della dittatura della Kampuchea Democratica hanno negato ogni addebito affermando di essere all’oscuro dell’esistenza di questo e di altri lager. Come sempre è la bassa manovalanza che è chiamata al lavoro sporco e a pagarne le conseguenze. I travagli storici della Cambogia sono difficilmente riassumibili in uno spazio limitato come questo e mi esento da qualsiasi semplificazione. Mi limito ad affermare che una serie infinita di errori da cui nessuna delle grandi potenze può dichiararsi esente (Francia – USA – URSS – Cina, ma anche lo stesso sovrano Sihanouk ed il vicino Vietnam) ha permesso l’instaurazione di un regime che in poche ore ha preteso l’evacuazione di una città come Phnom Penh perseguendo, incarcerando, massacrando tutta l’elite cambogiana e chiunque era sospettato di opporsi al regime ivi comprese le loro famiglie a partire dai bimbi sino agli anziani. Le cifre ondeggiano ancor oggi tra i 2 ed i 3 milioni di vittime, molte delle quali stroncate nelle campagne dai lavori forzati.
Come non ricordare l’orrore nazista o quello staliniano od ancora i lager degli ultimi massacri nei Balcani, ma l’elenco potrebbe proseguire senza soluzione di continuità.
Nel lager S 21 i frangipane risplendono nella vicinanza dei fili spinati e tornano alla mente i quesiti Leopardiani sull’indifferenza della natura alle tribolazioni umane, ma lo stridore tra il sublimamente soave e l’orrido inenarrabile non può essere imputato al cielo.

1 Commento a “S 21 – Tuol Sleng 8 Maggio 2007”

  1. Pinuccia scrive:

    E’ per evitare tutto ciò che ognuno deve fare la sua parte in questo mondo. ciao

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