Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)
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Se mai avessi avuto il sogno di trovare un luogo che sapesse racchiudere in se stesso le fantasie scatenate dalle letture giovanili di Kipling e Salgari, le mitologie abitate da terrificanti mostri e serpenti descritte dalla cosmogonia indiana, la dolcezza misteriosa e staccata dei sorrisi buddisti, qui ad Angkor l’avrei indubbiamente realizzato.
Il flusso turistico inevitabile ed il caldo afoso che affatica in un lago di sudore non sono sufficienti a stroncare la magia di questi luoghi.
Angkor è sorta e si è sviluppata nei cinquecento anni che corrono tra il IX ed il XIV secolo tracciando un intreccio tra induismo e buddismo su un substrato di sincretismo locale. In sintesi il capolavoro dell’arte khmer. Poi la decadenza ed infine la riscoperta ed il mito che rinasce dalla foresta che tutto ha inghiottito.
Ma se ai francesi va’ riconosciuto la principale opera di restauro e valorizzazione, le vicende storiche che susseguono alla loro presenza coloniale sanciscono anche il depauperamento ed il saccheggio di quest’opera colossale.
Il tuck tuck (la moto rikshow locale) ci trasporta con perizia da una parte all’altra di una foresta ormai percorsa da strade asfaltate e ben sminate per depositarci di volta in volta tra rovine sempre sorprendenti dove veniamo gentilmente ma costantemente assaliti da frotte di venditori di souvenir, di cibi e di bevande.
Lo stupore vacilla in continuazione tra sensazioni di decadenza e di magnificenza, di sublime perizia umana e di stupida annichilente violenza, di ricerca di trasformare la pietra in mito e le ferite inferte da avidità di tutti i tempi.
Il vasto fossato che circonda Angkor Wat rasserena con la calma delle sue acque in cui si specchiano infinità di alberi prosperosi e vagare tra queste rovine mi riaccende le emozioni provate nella foresta di Tikal nel Guatemala Maya. Ma qui l’architettura è più complicata e le raffigurazioni ancor più fantasiose e nitide.
Come non tentare di immaginare quale splendore tutto questo possa aver osato quando i bassorilievi erano dipinti e le statue di Buddha o di Shiva oltre ad essere assai più numerose erano ricoperte d’oro? Enormi teste di Buddha sovrastano in tutte le direzioni cardinali dalle cupole del magnifico Bayon, ma è il minuto Ta Keo, pur incompiuto che mi sembra impreziosito come un piccolo scrigno.

1 Commento a “Angkor 10 Maggio 2007”

  1. Ariel scrive:

    Dolcissime le tue parole arrivano fino al profondo del mio cuore Ariel

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