Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)
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Visitiamo il tempio di Wat Kampheng accompagnati da un vecchio monaco con il viso fieramente segnato dal tempo ed un velo di malinconia negli occhi. Ci accompagnano e traducono due giovani studenti che quasi rimangono stupiti delle nostre domande ed ancor più dei racconti che il monaco narra con lucidità. Del resto sono ormai trascorsi 30 anni dal genocidio perpetrato dal regime di Pol Pot e come nel nostro dopo guerra solo tra i vecchi permangono i ricordi mentre i giovani vivono dimensioni dove l’orrore non ha luogo e le problematiche sono legate al quotidiano ed al futuro.
Il monaco si sofferma davanti al dipinto di colui che fu uno degli artefici della costruzione del tempio che stiamo visitando. All’arrivo dei khmer rossi fu tra i primi martiri a perdere la vita ed il tempio raso al suolo. A quel tempo il monaco, ex addetto aeroportuale, aveva smesso gli abiti civili per indossare la tonaca arancione ed era stato costretto in un primo momento a rifugiarsi in un piccolo paese per poi tornare nel monastero e prendersi cura di ciò che la barbarie non aveva distrutto. Solamente le donazioni di stranieri avevano poi permesso la ricostruzione dell’attuale edificio.

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