
Mi sento imbarazzato quando scendiamo dall’auto armati di apparecchi fotografici nel bel mezzo del rado villaggio di capanne di paglia e di legno. Mi sembra di violentare la privacy di questa minoranza tribale, ma fortunatamente l’autista conosce uno dei Pnong ed il saluto caloroso si trasforma nell’invito a seguirlo nella capanna dove troviamo accovacciati una decina tra donne, uomini e bambini. Sono assisi attorno ad un orcio di terracotta dalla cui sommità fuoriesce una cannuccia di gomma che viene succhiata a turno un po’ da tutti ad esclusione dei bimbi. Ci viene spiegato che è un vino a base di riso e di foglie fermentato per circa un mese. Non possiamo rifiutare l’invito di unirci alla tracannata ed il gusto che mi giunge in bocca non è sgradevole ma il prevalere del dolciastro mi impedisce di dedurne il contenuto alcolico. La lunga capanna di forma rettangolare è assai buia in quanto le uniche due piccole aperture che danno all’esterno sono costituite dalle porte poste sulle pareti più corte. Non esistono paratie divisorie, ma nella parte più alta della capanna è stato creato un mezzanino che funge da granaio per la conservazione del riso. Nel mezzo della stanza da un focolare privo di fiamma esce un perenne filo di fumo che oltre a rendere nere tutte le superfici interne e ad aggravare così lo stato di semioscurità, ha la funzione di tenere lontani moscerini e zanzare e altri insetti che potrebbero infestare il riso. L’interprete ci spiega che ormai questo gruppo di pnong è pressoché assimilato alle usanze khmer (verrebbe più da dire alla globalizzazione), ma il breve tempo a disposizione mi esenta da qualsiasi tipo di analisi od ipotesi. Vi è la possibilità che Giuseppe torni in questa regione il prossimo anno con un antropologo per compiere degli studi su queste popolazioni e se il progetto si realizzerà sarà interessante conoscerne gli approfondimenti.
5 Febbraio 2008 alle 09:18
Hai colto l’attimo in questa foto …Fantastica Ottimi gli scritti è come vedere un film. fausta