
Il mini van della guest house, trasbordato dall’isola tramite un decoroso traghetto, ci lascia all’incrocio tra la statale 13 e l’imbocco che conduce a Champassak. Sono le 10 del mattino per cui abbiamo tutto il tempo per non cedere alla prima richiesta del conducente di tuk tuk che esige una cifra esorbitante per trasportarci al sito archeologico. Poco dopo giunge un autobus dal quale scendono 4 turisti che si uniscono a noi nella contrattazione ed alla fine si raggiunge, come sempre, un accordo dignitoso per tutte le parti. Credo che questo sia uno dei mezzi più trasandati di cui ho sinora beneficiato e già alla discesa che conduce al traghetto preferiamo scendere e compiere a piedi gli ultimi metri. Anche il traghetto ha un aspetto inquietante, ma svolge egregiamente la sua funzione. E’ un’insieme composito di tre barche su cui sono state ben piantate assi e pontili a mo’ di catamarano e saldati ferri e tiranti senza alcuna preoccupazione per il gusto estetico. La manovra per attraccare a terra è degna di vecchi lupi di mare. La navigazione si svolge infatti nel normale senso degli scafi, ma i mezzi salgono sul traghetto trasversalmente per cui per approdare di fianco il capitano deve virare di 90 gradi compiendo un semicerchio che lo porta a calcolare con esattezza il punto d’arrivo degli scivoli per le auto, contemporaneamente deve azionare il motore a tutta velocità verso prua affinché la medesima forza d’inerzia non lo spinga a travolgere gli altri traghetti e le piccole piroghe già a riva.
Siamo ancora nel profondo sud del Laos ed è in questo luogo che nel V secolo sorgeva la prima architettura khmer, ben precedente a quella di Angkor e facente parte dell’antico regno del Fuan.
Wat Phou (il tempio della montagna) è un ammasso di rovine mal conservate dove anche un progetto italiano tenta di risollevarne le sorti, ma la particolarità è che dopo le vasche che costeggiano il viale d’ingresso ed i palazzi principali, vi è una ripida scalinata che sale verso due gradoni che bene simboleggiano Meru, il monte mitologico. Quando la nuvole si diradano è poi riconoscibile la montagna che ha ispirato la creazione di questo luogo sacro. Si tratta del Phou Bassak (Lingam Parvatha in sanscrito) ovvero “il fallo della montagna” in quanto saggi pervenuti dall’India avevano visto nella forma della montagna retrostante il tempio, il sesso di Shiva dalla cui unione con la componente femminile si è generato l’universo. Bassorilievi e statue ancora ricordano il primo periodo shivaita assorbito poi all’interno del rito buddista qui instauratosi solamente nel XVI secolo. Alla sommità della scalinata, sull’ultimo terrazzamento le rovine di un tempio, che primariamente ospitava un enorme lingam, ora contengono un a serie di Buddha, ma molte rappresentazioni in pietra evidenziano la mitologia induista. Il forte vento prima agita i maestosi manghi che lasciano cadere i loro frutti più piccoli e già ben maturi e poi accumula grigi nuvoloni che scaricano su di noi una pioggia tanto improvvisa nel divenire come nell’esaurirsi.
Dalla cima della collina si possono ammirare alcuni laghetti e quindi le risaie allagate che si stendono sino al Mekong. Arrampicandomi ai piedi dello strapiombo che si innalza sul retro del tempio giungo ad una parete rocciosa sulla quale è stato scolpito un elefante che è sovrastato da un’enorme impronta del piede che potrebbe essere sia di Shiva che di Buddha. Se un primo sguardo alla decadenza di queste rovine poteva far pensare ad un luogo abbandonato, l’avvicinarsi alle statue omaggiate di addobbi floreali, incensi profumati e colorate da sabbie e resti di cera colati da candele votive, non lascia dubbi sulla frequentazione dei fedeli che venerano tanto le rappresentazioni buddiste che i lingam induisti.
Ma è negli anfratti rocciosi che si scoprono pietre antiche a cui non mancano fiori e cibarie a testimonianza di un vivo e pulsante sincretismo che ingloba animismi mai sradicati da questi campi di riso.
Ormai fradicio di pioggia e di sudore torno al fido tuk tuk dove riesco a cambiare almeno la camicia e dopo un caffè ristoratore ripartiamo diretti a Pakse dove troviamo alloggio.
Domani saliremo in moto sull’altopiano dei Bolovens dove pensiamo di soggiornare per un paio di giorni e dove sarà impossibile reperire un internet café.
5 Febbraio 2008 alle 09:06
Stupendamente meravigliosa la descrizione e la moto è così suggestiva che nell’attimo in cui la vedi ti senti innondato di incenso ….. Genny
5 Febbraio 2008 alle 09:07
Volevo scrivere foto non moto …scusami per l’errore ortogtafico .L’emozione è per la FOTO Genny Ma Mia amica tremenda mi ha chiamato per dirmi dell’errore ortografico. Accidenti!