
L’ultimo giorno a Luang Prabang è un doveroso saluto al Mekong in quanto domani ci recheremo a Phonsavan per visitare la Piana delle Giare, ormai irrimediabilmente diretti verso il Vietnam.
Abbiamo noleggiato una barca e fortunatamente il giovane barcaiolo conosce i segreti di questo fiume che in questo periodo di scarsità d’acqua può essere navigato solamente da queste imbarcazioni dal fondo piatto e dalle eliche appena immerse al di sotto della superficie.
Apparentemente la maestosità del fiume non cambia e le acque sempre cariche di limo impediscono di vedere i fondali, ma lo zigzagare da una parte all’altra del corso d’acqua ci conferma la ricerca di vie sufficientemente profonde per non incappare in una delle rocce a volte affioranti.
Procediamo per quasi due ore contro corrente e lo scopo della nostra escursione è la visita ad una grotta dove sono ospitati e venerati migliaia di Buddha, ma soprattutto la visita a due villaggi fluviali che ancora ospitano etnie minoritarie.
Inutile negare il più completo fallimento dell’obiettivo principale: i villaggi sono mete obbligatorie di tutti i pacchetti turistici e si sono trasformati in empori a cielo aperto e di vestiti tradizionali neppure l’ombra. Nelle grotte invece torniamo a respirare l’odore di sincretismo. Erano queste grotte che sin dai tempi remoti ospitavano le divinità del fiume e solamente quando la famiglia reale laotiana ha deciso di abbracciare ufficialmente il buddismo, questo è divenuto religione di stato. Ogni anno, sino al 1975, la famiglia reale, accompagnata da una processione di barche, si recava presso questa grotta per donare una nuova effige del Buddha in occasione dell’inizio del nuovo anno. Poi la tradizione si è interrotta ed ora è la citta di Luang Prabang che ha reintrodotto la cerimonia.
Navigare sul Mekong rappresenta per me l’immergermi in miti giovanili dove la letteratura d’avventura si mescola con i notiziari che giornalmente la radio emetteva sui combattimenti e sui bombardamenti in corso nell’area.
Qui quasi non riusciamo a scorgere i villaggi che a causa delle enormi variazioni di livello dell’acqua devono rimanere distanziati dalla riva e quindi completamente sovrastati dalla prorompente vegetazione. Sulle rive stormi di ragazzini nudi si gettano in continuazione in acqua in un rapporto di perfetta simbiosi, mentre donne lavano i lunghi e neri capelli o gli indumenti familiari. Reti e lenze vengono lanciate in continuazione da esperti pescatori probabilmente in grado di vedere ciò che noi non riusciamo a scorgere.
Lo sciacquio della barca scorre leggero tra il verde della foresta che si inerpica sino all’ultima collina ed il bruno di queste acque.
Anche la nostra cena si svolge sulle rive del Mekong a gustare l’ultima sfumatura rosata che trasformano il limo in un arazzo pastellato.
5 Febbraio 2008 alle 08:43
Navigare sul Menkong è un sogno che ho nel cassetto (anzi nella mia cassettiera!!!)…per ora mi accontento di leggere il tuo “diario virtuale”…che invidia!!! Un abbraccio forte a tutti Soniez
5 Febbraio 2008 alle 08:44
Quelle limacciose acque cavalcate da canoe dove spicca l’ arancione delle loro vesti mentre al calar del sole i templi infondono fede e saggezza….. Dolci ricordi….
5 Febbraio 2008 alle 08:44
dear gio and isa, i wish you a beautiful time together. I still can not read your italian but the pictures (in esperanto) speak for themselves and are as beautiful as always. baci fokko.