Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)
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Ha piovuto a dirotto durante tutta la notte ed ora le nuvole giocano tra i tetti e le vette circostanti cancellando ogni nostra velleità di escursione e celandoci definitivamente la cima del Fansipan. Non ci rimane che attendere la sera per ripartire in direzione di Lao Cai dove il solito treno ci riporterà ad Hanoi. L’hotel è sempre più simile ad un rifugio alpino e verrebbe la tentazione di chiedere di accendere il caminetto che è nella stanza per ricreare la piena atmosfera tirolese.
Di tanto in tanto folate improvvise scaricano scrosci di pioggia, giusto coronamento ad un viaggio che si è svolto all’insegna dell’elemento acqua. Le immagini più recenti sono quelle delle donne ieri curve nelle risaie di Sapa avvolte nei neri vestiti Hmong imperterrite anche sotto il violento temporale che ha visto noi riparati in una semplice capanna adibita a punto di ristoro. Ma tutta l’Indocina ci è apparsa galleggiare ed immergersi su ed in questo elemento vitale e parallelo alla monocoltura del riso. Dalla foce del Mekong, nei pressi di Saigon, siamo risaliti sino al lago Tonle Sap che in perfetta osmosi capta le acque del grande fiume durante il periodo di piena per poi restituirle nella stagione secca. Qui la Cambogia è piatta ed uniforme e le risaie sembrano rigide geometrie che si perdono all’infinito. Abbiamo poi costeggiato il Mekong sino alle isole nell’estremo sud del Laos dove le sue rapide hanno interrotto per un attimo la visione limacciosa del suo scorrere, ma già a Pakse abbiamo potuto respirare l’aria che proviene dagli altopiani dei Bolovens dove i suoi affluenti sono torrenti che precipitano da cascate vertiginose e i campi di riso a secco diventano lotta di pendii bruciati alla foresta. Ancora a Vientiane il Mekong s’è frapposto come confine di stato con la Thailandia e metafora sonnolenta della placida capitale mentre a Luang Prabang l’abbiamo salutato con reverenza, lui diretto verso la Cina dove trova le sue sorgenti, noi ormai rivolti ad oriente verso il Vietnam dove l’altro grande Fiume Rosso ci attendeva prima nell’onnipotenza di Hanoi e poi ancora ai confini con la Cina nella torrentizia Lao Cai. Qui l’esile piantina di riso continua a sfamare queste multicolori popolazioni abbarbicandosi su terrazze che con geometrie fantasiose e plastiche ricamano i fianchi delle montagne su pendenze a volte impressionanti. Ingegneria di terra ed acqua dove l’incedere possente di enormi bufali nel fango in parte lenisce l’estrema fatica dell’uomo.

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