Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Archivio dell'anno 2007

Sapa, 13 Giugno 2007

Giugno 14th, 2007
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Ha piovuto a dirotto durante tutta la notte ed ora le nuvole giocano tra i tetti e le vette circostanti cancellando ogni nostra velleità di escursione e celandoci definitivamente la cima del Fansipan. Non ci rimane che attendere la sera per ripartire in direzione di Lao Cai dove il solito treno ci riporterà ad Hanoi. L’hotel è sempre più simile ad un rifugio alpino e verrebbe la tentazione di chiedere di accendere il caminetto che è nella stanza per ricreare la piena atmosfera tirolese.
Di tanto in tanto folate improvvise scaricano scrosci di pioggia, giusto coronamento ad un viaggio che si è svolto all’insegna dell’elemento acqua. Le immagini più recenti sono quelle delle donne ieri curve nelle risaie di Sapa avvolte nei neri vestiti Hmong imperterrite anche sotto il violento temporale che ha visto noi riparati in una semplice capanna adibita a punto di ristoro. Ma tutta l’Indocina ci è apparsa galleggiare ed immergersi su ed in questo elemento vitale e parallelo alla monocoltura del riso. Dalla foce del Mekong, nei pressi di Saigon, siamo risaliti sino al lago Tonle Sap che in perfetta osmosi capta le acque del grande fiume durante il periodo di piena per poi restituirle nella stagione secca. Qui la Cambogia è piatta ed uniforme e le risaie sembrano rigide geometrie che si perdono all’infinito. Abbiamo poi costeggiato il Mekong sino alle isole nell’estremo sud del Laos dove le sue rapide hanno interrotto per un attimo la visione limacciosa del suo scorrere, ma già a Pakse abbiamo potuto respirare l’aria che proviene dagli altopiani dei Bolovens dove i suoi affluenti sono torrenti che precipitano da cascate vertiginose e i campi di riso a secco diventano lotta di pendii bruciati alla foresta. Ancora a Vientiane il Mekong s’è frapposto come confine di stato con la Thailandia e metafora sonnolenta della placida capitale mentre a Luang Prabang l’abbiamo salutato con reverenza, lui diretto verso la Cina dove trova le sue sorgenti, noi ormai rivolti ad oriente verso il Vietnam dove l’altro grande Fiume Rosso ci attendeva prima nell’onnipotenza di Hanoi e poi ancora ai confini con la Cina nella torrentizia Lao Cai. Qui l’esile piantina di riso continua a sfamare queste multicolori popolazioni abbarbicandosi su terrazze che con geometrie fantasiose e plastiche ricamano i fianchi delle montagne su pendenze a volte impressionanti. Ingegneria di terra ed acqua dove l’incedere possente di enormi bufali nel fango in parte lenisce l’estrema fatica dell’uomo.

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La guida annunciava due ore di trasferimento da Lao Cai a Sapa su un’impervia via dissestata. Ancora una volta constatiamo la repentinità dei cambiamenti in atto in tutta l’Indocina. Il minibus impiega infatti meno di un’ora per percorrere la via recentemente asfaltata che si snoda in un paesaggio inverosimile se paragonato alla recentemente visitata Baia di Halong o alla stessa piatta Hanoi che da qui dista appena 340 Km.
La cittadina montuosa ci avvolge in una fitta nebbia e l’accoglienza dell’hotel ci induce a concedere ai nostri rintronati corpi alcune ore di riposo. Con Isabella, Giuseppe è rimasto ad Hanoi in attesa di Roberto, noleggiamo uno scooter e ci avventuriamo verso il Passo di Tram Tron. Siamo ai vertici del Vietnam punteggiati dal passo più elevato (1.900 m) e dalla montagna più alta (Fansipan 3143 m) di tutto il paese.
Difficile trasmettere le emozioni di una giornata trascorsa ad ammirare effluvi di cascate che si stagliano nel verde intenso della foresta, vette ammorbidite da manti muschiati che appaiono e scompaiono tra nuvole sempre in movimento, incontri con etnie di montagnards (dzao e hmong neri rossi e a fiori secondo i costumi tradizionali indossati), impervie montagne che racchiudono strette vallate dove popolazioni colorate piantano o mietono il riso.
E’ questa una delle regioni meno amate dai vietnamiti che da sempre tentano di evitare le avverse montagne dove è praticamente impossibile attuare la coltivazione del riso irriguo. Ecco quindi che qui si sono installate le minoranze etniche che, con immani sforzi ed assai scarsi raccolti, riescono a terrazzare i pendii o a coltivare il riso a secco. I rapporti con la maggioranza vietnamita non sono mai stati facili ed ancor oggi la distanza etnica è percepibile anche da frettolosi viaggiatori quali noi siamo. Da quando siamo partiti è comunque l’unica località dove ancora riusciamo ad ammirare la bellezza di costumi ed ornamenti tradizionali indossati nella quotidianità.

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Sapa rimane sovrastata da minacciose nubi che scaricano a volte una leggera pioggerella ma non da meno violenti acquazzoni. Per di più non riusciamo ancora a scorgere la pur dirimpettaia cima del Fansipan e così decidiamo, con i sopraggiunti Giuseppe e Roberto, di inoltrarci con una guida verso alcuni piccoli villaggi immersi nelle vallate e popolati dalle varie etnie.
I sentieri sono assai scivolosi e a stento riusciamo a mantenere il precario equilibrio su terreni circondati da risaie e traspiranti acqua da ogni poro.
Un corteo di donne colorate seguono le nostre goffe peripezie con sulle spalle bimbi quasi sempre addormentati ed a volte protetti da leggeri veli, nella speranza di riuscire a venderci qualche prodotto artigianale.

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Il vagone a cuccette si ferma puntualissimo alle 6:15 in questa città che ci appare fredda, piovigginosa e nuovissima con linee architettoniche da social cubismo. Lao Cai si trova al confine nord occidentale del Vietnam e la linea ferroviaria prosegue sino a Kunming in Cina. Strana sensazione costeggiare il Fiume Rosso, che ad Hanoi abbiamo ammirato nella sua piena e maestosa magnificenza, qui simile ad un turbolento torrente di montagna. Giungiamo sino ad un paio di km dal confine prima di svoltare con il minibus per superare il ponte che si dirige ad ovest.
Lao Cai è da sempre una delle porte utilizzate dal Grande Impero per occupare il piccolo ed insofferente Vietnam, colonizzato dai cinesi per più di mille anni e considerato alla stregua di una delle province ribelli. Anche nel 1979, a seguito dell’invasione da parte del Vietnam della Cambogia di Pol Pot, alleato della Cina, le guardie rosse si sono qui scatenate in un breve ma violentissimo conflitto che ha portato alla completa distruzione di Lao Cai. A dire dei cinesi il conflitto è servito ad impartire una dura lezione ai vietnamiti, gli osservatori stranieri sostengono altresì che le pesanti perdite inflitte agli invasori hanno dimostrato l’efficienza del sistema difensivo annamita e degli armamenti ceduti agli stessi dai cinesi.
Ora i rapporti tra i due paesi sembrano avviati sulla via della collaborazione e numerose imprese operano in Vietnam anche se la comunità cinese non è tornata alla poderosa consistenza antecedente alle confische/espulsioni, più o meno forzate, avvenute nel 1978 che diedero origine all’esodo dei così detti “boat people”.

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Se la storia ha fatto tappa nella Baia di Halong, la mitologia ha qui dispiegato la sua fantasia più feconda. Già il nome che significa “dove il drago si inabissa nelle acque” è preludio di una saga in cui la figura del drago predomina. Sembra infatti che le isole siano state create da un grande drago che viveva sulle montagne e che correndo verso la costa scavò a colpi di coda valli e crepacci, immergendosi nel mare, le zone scavate dalla coda si riempirono di acqua lasciando visibili solo le punte più alte. Quando la guida ci accompagna a visitare una delle grotte più vaste delle molte ricavate nella pietra calcarea, ancora ci narra di un drago trasformatosi in uomo per conquistare la bella principessa che tanto si innamora di lui da volerlo seguire quando riprende le sue sembianze primigenie e torna negli abissi. Di entrambi si possono ora ammirare le sagome pietrificate circondate da testuggini ed elefanti, serpenti e gnomi, lingam e buddha illuminate da luci inverosimili.

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