Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Archivio dell'anno 2007

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Ormai mancano pochi giorni al termine di questo viaggio (Giuseppe e l’entrante Roberto proseguiranno poi fino a Ho Chi Minh City) e decidiamo pertanto di seguire i suggerimenti ricevuti dai numerosi viaggiatori incontrati lungo il nostro percorso. All’unanimità ci hanno avvisato che le località sono ad alte densità turistica, sia locale che internazionale, ma che la loro bellezza è tale da non poter essere ignorate.
Ci affidiamo così alla proposta “tutto incluso” di una delle tante agenzie di viaggio che prevede il trasferimento a mezzo minibus sino alla baia per proseguire poi su una barca che per una notte sarà anche il luogo del nostro pernottamento mentre la seconda notte trascorrerà in hotel.
Già il fatto di trovarmi nel mitico Golfo del Tonchino riempie questo tour di un’atmosfera particolare e le citazioni storiche potrebbero non esaurirsi. La guida ricorda la sconfitta della flotta mongola di Kublai Khan ad opera dell’astuto generale vietnamita Tran Hung Dao che nel 1288 riuscì ad attirarla su una trappola costituita da aguzzi pali di bambù che piantati sotto il filo dell’acqua alla foce del fiume Bach Dang ne danneggiarono le chiglie permettendo ai vietnamiti di incendiarle poi mediante frecce infuocate.
Ancora nel 1946 il bombardamento da parte delle truppe colonialiste francesi del porto di Haipong, che si affaccia sulla baia, divenne la miccia d’innesto della rivolta condotta da Ho Chi Minh e che si concluse nel 1954 con la sconfitta di Dien Bien Phu.
Infine come non ricordare che nell’agosto del 1964 a seguito dell’incidente nel Golfo del Tonchino il presidente Johnson diede il via alle operazioni belliche della mai dichiarata guerra degli USA contro il Vietnam. (Lonely Planet Ed. 2005) “Le cacciatorpediniere americane Maddox e Turner Joy sostennero di esser state oggetto di un attacco “ingiustificato” mentre incrociavano al largo della costa nordvietnamita. Indagini successive dimostrarono che il primo attacco era avvenuto mentre la Maddox si trovava in acque territoriali nordvietnamite, impegnata ad appoggiare il raid di un commando sudvietnamita, il secondo attacco pare non si sia mai verificato”.
Il veliero che ci ospita non innalza le sue vele, ma solca lentamente le acque sospinto dai motori diesel eppure ci lasciamo presto immergere nel magico scenario di questa baia dalle cui acque spuntano migliaia di isolotti costituiti da spuntoni rocciosi su cui si aggrappano infinità di cespugli ed alberi.
Ad ogni virata un nuovo paesaggio si apre, a volte aspro e minaccioso con appuntiti scogli altre dolce e maestoso con piccole baie sabbiose. Infinità di barche seguono la loro rotta pigramente rincorrendo un tramonto che si inabissa dietro le alture senza infiammarsi e spegnendosi lentamente.

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Siamo partiti da Sam Neua alle 7:00 del mattino e solamente alle 22:30 riusciamo a scaricare i nostri bagagli ed i nostri corpi in un piccolo hotel di Hanoi dove una petulante ragazza vietnamita ci rifila due stanze ad un prezzo esorbitante approfittando del nostro stato di assoluto disfacimento psico fisico.
Le prime 4 ore di viaggio sono trascorse in tuck tuck sino al confine dove abbiamo adempiuto alle varie pratiche doganali. Raggiungere il vicino villaggio in territorio vietnamita percorrendo a piedi qualche centinaio di metri è servito a riprendere il possesso degli arti inferiori che sarebbero poi stati riatrofizzati da altre 9 ore di autobus disastrato e da ulteriori 3 ore di un minibus stracarico dove era impossibile qualsiasi articolazione o movimento.
Lasciamo il Laos con la convinzione di aver visitato un paese sorprendentemente cordiale, gentile, affascinante e dai paesaggi suggestivi. I nostri occhi rimangono pieni di foto, non scattate e di difficile descrizione, che vanno dalla maestosità del Mekong all’asprezza delle montagne del Nord, dalla amenità dell’arcipelago delle 4.000 isole fluviali nel profondo Sud alla quotidiana lotta delle popolazioni degli altipiani per conquistare piccoli riquadri di terreno su pendenze vorticose, dalle millenarie terrazze modulate delle risaie nei fondovalle alla speciale atmosfera dei wat di Luang Prabang, da interminabili viaggi su autobus che non si fermano mai a piroghe che lentamente risalgono le correnti ed ancora da paludi stracolme di fiori di loto violacei ad orchidee che ondeggiano da alberi da loro parassitizzati.
Come non interrogarsi ancora una volta su come la semplicità di questa gente abbia potuto essere stata sconvolta da un decennio di brutali bombardamenti e su quale sarà il futuro di questo paese uscito da un’arcaica monarchia per approdare ad un duro regime comunista che ora è in bilico verso una globalizzazione consumistica senza dimenticare il riaffiorare degli influssi animisti e la riaffermazione buddista.

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Solamente a mezzogiorno giungiamo alle grotte e troviamo l’ufficio inesorabilmente chiuso. La guida che ci accompagna giunge alle 13:00, ma alle 14:00 un violento temporale monsonico ci coglie appena al riparo di una tettoia per cui alla fine riusciamo a visitare solamente la grotta di Kaysone (primo Presidente della Repubblica Democratica Popolare del Laos) e del principe Souphanouvong (soprannominato il Principe rosso per la sua defezione alla casa reale e partecipazione al Phatet Lao come ideologo e membro del Politburo). L’intensità della pioggia, il vento che piega le alte canne di bambù e le dirompenti saette che lacerano cielo e timpani, rappresentano una forza che quasi ci intimorisce ma al contempo ci affascina tanto che non rimpiangiamo di non poter visitare le altre grotte costretti a rincorrere l’ultimo tuck tuck che ci riporta a Sam Neua in soli 35 minuti.
La pur breve visita ci dà tuttavia l’opportunità di immaginare la durezza dei quasi 10 anni passati in queste grotte da una dirigenza e dai militanti che saranno poi chiamati a dirigere il difficile e contraddittorio passaggio da una società feudale ad una socialista e a meglio comprendere quanto sostenuto dal già citato saggio di antropologia politica (Bernard Hours Monique Selim Il Laos Contemporaneo Ed. L’Harmattan Italia 1998) “Portata all’esasperazione dalla corruzione dilagante del periodo della “guerra americana”, sotto il vecchio regime, la popolazione accoglie relativamente bene l’insediamento del nuovo governo (omissis) Giunto allo stato di decomposizione e di avanzata decadenza, il regime monarchico poteva essere rimpianto solo dall’elite politico-militare, nonché dalla borghesia urbana che si era arricchita con i traffici della guerra (omissis) La volontà di moralizzazione sociale. Generalmente condivisa, portò però molto rapidamente a eccessi che incrinarono l’ondata dei consensi. I quadri del Partito, che si erano formati nell’austerità della vita clandestina e che avevano trascorso la giovinezza nei rifugi antiaerei, si impegnarono in un piano di educazione politica, brutale e maldestra, della popolazione, che rimase sconvolta. Disciplinati ma rozzi, poco educati, se si escludono le recite ideologiche, i militanti venuti dal Nord, che ancor oggi vengono chiamati “la gente di Sam Neua”, manifestarono la tendenza a sfogare contro la popolazione civile le frustrazioni subite durante la clandestinità. La pedagogia rivoluzionaria dell’uomo nuovo fu applicata in maniera violenta e grossolana, e sovente inflitta agli individui e a interi gruppi sociali come una punizione.”

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La decisone di deviare da Phonsavan, ormai prossimi al confine con il Vietnam, verso Sam Neua, deriva dal desiderio di uscire dai circuiti più battuti dai turisti e tentare di approcciare territori culturalmente meno contaminati. E’ quindi quasi inconsapevolmente che giungiamo verso il tramonto a toccare letteralmente le nuvole dopo aver gioito e sofferto ad ogni curva per la bellezza dei paesaggi sempre mozzafiato e per la durezza del percorso su una strada che pur se asfaltata non è esente da rudezze. Le stupende e selvagge colline che sovrastano Sam Neua superano infatti i 1.800 metri di altitudine e scendere alla cittadina significa comunque permanere al di sopra dei 1.200 m. Da una natura che offre il meglio di se stessa con alberi di ogni dimensione e felci che maestosamente e leggiadramente dominano e giganteggiano nel sottobosco divenendo esse stesse veri e propri altifusti, passiamo a questa città villaggio dove sembra che l’impegno dell’uomo sia stato tutto rivolto all’abbrutimento di qualsiasi manufatto.
Ma è questo il luogo dove solamente si può comprendere l’origine e lo sviluppo di questa recente repubblica Laotiana.
Sam Neua non è solamente un luogo fisico, ma è il simbolo di una filosofia che si è contrapposta ed ancora si contrappone a quella di Vientiane. E’ la montagna che lotta contro la piana del Mekong, è il contadino che contrasta la monarchia, il comunismo che si ribella al feudalesimo, l’analfabeta che osa contrastare il rappresentante di Buddha in terra, la formica delle risaie che si arma e sconfigge il gigante USA.
E’ nelle vicine grotte di Vieng Xai (Città della vittoria) che il Politburo del Pathet Lao (La terra dei Lao) nel 1964 decide di installare il proprio quartier generale e qui vi rimarrà anche dopo gli accordi di Parigi del 1973 e la presa di Vientiane nel 1975 per trasferirsi nella capitale solamente alla fine del 1977.
Una stretta valle conduce ad un inaccessibile dedalo di selvagge rocce dove si trovano più di 100 grotte naturali che, nei momenti culminanti del conflitto, servirono da rifugio a circa 25.000 persone tra civili e guerriglieri laotiani, cinesi, vietnamiti e consiglieri russi.
Il tuck tuck impiega quasi tre ore per percorrere i 28 km che separano Sam Neua da Vieng Xai. E’ giorno di mercato e dai circostanti villaggi a frotte di donne multicolori sono scese alla città per svariati acquisti per cui ad ogni metro qualcuna sale o scende con il proprio carico di scatole, cesti, sacchi, galline, frutta, pannocchie e quanto altro. Contiamo più di trenta persone ammassate nel mezzo o aggrappate esternamente senza alcuna possibilità di calcolare la massa di merce caricata sul tetto.

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Nei pressi della cittadina si estende la Piana delle Giare così definita per la presenza di svariati siti dove sono disordinatamente collocate questi misteriosi manufatti di pietra. Varie ipotesi sono state formulate sulla funzione di questi enormi contenitori e sulla loro datazione, ma nessuna certezza si è al momento affrancata. Si ipotizza la loro creazione a circa 2.000 anni or sono con scopi funerari, oppure di scorta alimentare ed ancora come recipienti per la fermentazione del vino e proprio questo alone di mistero dona all�area un fascino particolare.

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