
È il mio ultimo giorno alle Isole Salomone per cui non posso arrendermi a questo cielo che ancora una volta riversa le sue cateratte senza pietà. La prima meta è una spiaggia già visitata dove mi immergo tra coralli di indicibile bellezza. Alcuni ricordano funghi dagli ampi ombrelli mentre altri esili rami di piccoli arbusti mentre alcuni sembrano riprodurre le fattezze di enormi masse celebrali. Il moto ondoso ora filtra tra rigide protuberanze che quasi sembra debbano spezzarsi, ora danza armoniosamente con chiome che fluttuano accondiscendenti in questo perpetuo uno-due. Piccoli pesci dall’azzurro fosforescente sembrano sospesi a contemplare le sfumature dei coralli che passano dai gialli ai verdi ma soprattutto dai viola al bordò con tramature di arabesca raffinatezza. La burrascosa giornata non permette una visione cristallina, ma non da meno pesci striati, zebrati o rigati da linee purissime mi scivolano attorno incuranti dell’impropria intrusione e finalmente non manca all’appuntamento di commiato l’ittico da me preferito: la sua gialla forma a mezzaluna si assottiglia sino a trasformarsi in due fili evanescenti ed è arricchita da marcate sottolineature quasi di rimmel. Infine un’imponente stella marina, assolutamente blu, se ne sta morbidamente adagiata sul fondo incurante di me e di tutte le maree del mondo. Quando esco dall’acqua i piedi subiscono la consueta tortura procurata dal pietrisco che disvela l’origine di queste isole: un agglomerato di conchiglie, sedimenti coralliferi e residui vulcanici.