
Continua da Luana 4 Ottobre 2008
Acqua dolce, immobile, teporosa, limpida, avvolgente. Nuoto verso ovest e ad ogni bracciata posso sollevare la testa per assaporare diapositive che si susseguono come doni per la mie retine: la riva del Lago Niassa dove un poderoso baobab si protende con il goffo tronco ed i tenui rami stagliati nel tramonto come chine cinesi, l’infinito susseguirsi dei Monti Livingstone, un assemblarsi di piramidi addossate l’una all’altra in un paesaggio che sembra destinato ad estendersi all’infinito, il cerchio perfetto del sole che riflette sull’acqua sfumature che variano dal rosa al porpora al violaceo. In questa immersione la tensione del viaggio sembra sciogliersi come se i ricordi non appartenessero ai pochi istanti precedenti, ma ad un’era indefinibile, comunque remota. Una volta partiti dalla parrocchia di Luana, Edgar mi ha chiesto se potevamo aiutare la gente per strada trasportando anche 10 persone nella capiente Land Cruiser. E’ così iniziato un stop and go continuo per un susseguirsi di volti e di animali e cose trasportate: cesti di pesci, gabbie con gatti o galline, sacchi di patate o mazzi ben legati di tronchetti di canna da zucchero. Giungiamo nella città di Ludewa dove riusciamo ad acquistare quattro taniche di gasolio ad un prezzo esorbitante, ma non vi sono veri e propri distributori e le alternative sono pari a zero. Mentre il serbatoio viene riempito da una coppia eterogenea (la moglie di stazza notevolissima regge l’imbuto mentre il minuscolo marito la prega di tenerlo più basso altrimenti lui non riesce a versarvi le taniche) un crocchio di persone si forma intorno alla vettura e lasciamo ad Edgar la decisione di chi accogliere a bordo. Quando ripartiamo con una decina di ospiti, Edgar mi spiega che vi sono due categorie di passeggeri, la maggior parte sono donne partite la notte precedente dai villaggi sul lago con un cesto di vimini sul capo per giungere in tempo al mercato della città. Il tragitto richiede dalle 10 alle 12 ore di cammino ed ora si accingono a tornare al villaggio con l’incasso racimolato o con qualche prodotto barattato od acquistato con il frutto della loro vendita. Il villaggio a cui siamo diretti, Lupingu, è servito da una sola auto da cui a volte dipende la sopravvivenza delle persone. Nessun servizio sanitario è qui presente per cui solamente l’auto della parrocchia può fungere da pronto intervento per un trasporto all’ospedale di Ludewa. Anche i pazienti devono quindi cercare di non aggravarsi durante le assenze pur sporadiche del parroco perché in quel caso è assai probabile la loro morte. La seconda categoria di passeggeri è formata da giovani studenti e studentesse che frequentano le scuole secondarie di Ludewa. Tornano a casa per procurarsi del cibo in quanto le famiglie non riescono ad affrontare il costo della mensa scolastica e l’unica alternativa è quella del rifornimento settimanale presso i villaggi di origine. Edgar suggerisce che siano le famiglie a recarsi alla scuola in modo da non far perdere troppe ore di studio, ma i genitori di questi ragazzi sono troppo anziani per affrontare un simile tragitto.
Tra il vociare festoso dei viaggiatori, entusiasti per l’insperato trasporto, giungiamo a Nendi, situato a 1700 metri d’altitudine, dove in teoria l’auto di Lupingu dovrebbe attenderci per trasportarci sino al paese in quanto è impensabile che qualcun altro possa guidare su un percorso che a loro detta è assolutamente il peggiore del mondo. L’auto però non c’è in quanto impegnata in qualche commessa e dopo una breve consultazione con Claudio ed Edgar decidiamo di proseguire con il nostro mezzo. La prima parte del tragitto non presenta difficoltà maggiori delle precedenti e tranquillamente lo affronto senza troppe ansie. Quando però ci troviamo a circa 1250 metri d’altitudine vengo avvisato di inserire le quattro ruote motrici e poco dopo un incredibile paesaggio si apre ai nostri sguardi. Il lago Niassa appare improvvisamente ai nostri piedi e la strada si trasforma in una mulattiera che abbandona le creste sin qui seguite per serpeggiare contortamente sino al lago sottostante con un balzo di 700 metri. Quando riavvio l’auto un rispettoso silenzio si impone nel veicolo ed una lenta e traballante discesa ha inizio. Fortunatamente ho al mio attivo percorsi altrettanto e forse ancor più perigliosi in quanto l’esperienza afgana mi ha costretto su mulattiere abbarbicate a precipizio su strapiombi con in più l’aggravante di neve e ghiaccio che nel caldo tepore del lago Niassa sono quantomeno improbabili. Pendenze vorticose e strette curve rientranti si susseguono senza concedere la pausa di un respiro e neppure i passeggeri riescono ad assaporare la bellezza stratosferica del paesaggio che di curva in curva si para dinanzi a noi. Ad un certo punto mi viene consigliato di fermare l’auto e di inserire anche le marce ridotte in quanto ha inizio il tratto peggiore: quattrocento metri interminabili in cui nemmeno il respirare diviene un’attività consentita. Uno stretto ponte segna la fine del nostro calvario ed una ventata di gioia coglie un po’ tutti facendo risuonare un festoso cicaleccio liberatorio.
La notizia che un mzungu (bianco) ha guidato un’auto sino a Lupingu si sparge presto per il villaggio e l’incredulità lascia poi il posto al passa parola tanto che in breve tempo Edgar è subissato da richieste di trasporto per il viaggio di ritorno. Anche il parroco necessita di un po’ di tempo per assimilare l’idea che un mzungu (a suo dire il secondo nella storia della parrocchia) abbia potuto superare la strada più impervia del mondo e così ci offre una birra per festeggiare l’evento.
Ma il mio cuore è già nel lago e prima che il cerchio perfettamente delineato si inabissi nel cielo del Malawi mi immergo con infinita gratitudine per avermi concesso la meraviglia di questo luogo e di queste genti.