Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Archivio dell'anno 2008

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Finalmente è giunto l’amico Claudio per cui sono sceso a Dar es Salaam ad accoglierlo. Da oggi la città è vuota in quanto ha avuto inizio la festa mussulmana dell’Eid che segna la fine del periodo di digiuno del Ramadan. Il caos della città sembra svanito e percorsi che normalmente richiedono 40/50 minuti oggi vengono tranquillamente effettuati dal taxi in 5/10 minuti. Avevamo in programma una ricerca nelle industrie della periferia per del materiale edile, ma la forte presenza islamica nella città le obbliga alla chiusura che si protrarrà per due giorni e non possiamo partire per Njombe prima di domani in quanto attendiamo l’arrivo del vescovo che deve incontrare Claudio per impostare l’incarico a lui affidato di tentare di portare dei miglioramenti nella gestione dell’Ong NDO che funge da nostra controparte.

Ohibò non ci rimane che tornare per il secondo giorno consecutivo alla Kipepeo Beach a Kigamboni, un sobborgo di Dar facilmente raggiungibile con il traghetto. All’entrata della spiaggia un lieve profumo mi conduce inesorabilmente a ritrovare l’esotico e candidamente fiorito frangipane. Con l’accentuata bassa marea sembra che l’oceano Indiano si sia ritirato su sé stesso in un momento di introspezione. L’acqua è assolutamente piatta e priva di qualsiasi sussulto per cui il nuotare diviene un pacato e silenzioso sciacquio che mi porta al largo quasi senza sforzo. Quando decido di galleggiare rivolto al terso e rovente cielo, ogni rumore delle umane genti sembra svanire e non rimane che il lontano sciabordio della risacca. In questo intimo abbandono più di sempre si rinnova l’incondizionata e reciproca promessa tra me e l’oceano.

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Sento la pelle rinsecchirsi e le labbra screpolarsi in questa limpida giornata calda e ventilata. Tepore che penetra come una franca amichevole carezza. Ancora una volta siamo al sito del politecnico di Njombe ma chi guida oggi il tour è l’ing. Gobbo Sergio che ha alle spalle la realizzazione di varie centrali idroelettriche anche qui in Tanzania. L’idea progetto è infatti quella di costruire anche qui una centrale elettrica in grado di produrre sufficiente energia per la scuola e di vendere il surplus all’ente nazionale Tanesco. Ci accompagna l’ing. Godfrey Ndeuwo, tanzaniano formato alla scuola di un volontario tedesco e che ha acquisto un’incredibile esperienza sul campo. Il sito destinato alla scuola si trova sulla cima di un falsopiano e lungo la base di uno dei costoni scorre il torrente di cui dobbiamo valutare la portata e le pendenze. Il paesaggio è stupendo. La stagione secca è ormai nel suo pieno manifestarsi ed inoltre siamo al termine del periodo freddo (in agosto si è raggiunto lo zero termico) per cui l’erba è inesorabilmente secca, ma dove scorre il corso d’acqua un bel verde risalta come una scia bizzarra. Enormi massi di granito sembrano stati scagliati alla rinfusa e si ergono imponenti tra il rosso di questa terra. Sull’altro versante del torrente i ripidi pendii sono coltivati a mais ed evidenti sono i segni della disastrosa erosione e dilavamento. Il nostro lavoro inizia dal fondovalle dove pensiamo di collocare la turbina ed il generatore. Saliamo quindi a monte per individuare il luogo dove collocare la presa d’acqua. Alcuni ragazzi ci raggiungono armati di machete e a loro lasciamo il compito di immergersi nel torrente per misurare il volume d’acqua che viene calcolato in circa due metri cubi al secondo. Il naturale dislivello ci garantisce un balzo complessivo di 40 metri che sono quelli necessari ai macchinari già individuati. Individuiamo inoltre una sorgente che dovrebbe essere in grado di fornire acqua potabile al complesso scolastico. Non mi dilungo sugli aspetti tecnici, ma mi piace soffermarmi sull’eccitazione che coinvolge tutti, ma i due tecnici in particolare, nel rilevare quote, portate, masse, calcoli e ragionamenti che a volte non riesco neppure a ben interpretare.

Laboratorio di falegnameria

La prima costruzione facente parte del progettato Politecnico di Njombe (Tanzania) è questo splendido laboratorio di falegnameria e rappresenta la pietra miliare di un sogno che può finalmente essere toccato, accarezzato, annusato, percepito senza più il timore di vederlo svanire.Correva il mese di settembre dell’anno 2006 quando ho illustrato per la prima volta in questo blog una delle missioni compiute in questa splendida e montana area della Tanzania, ma correva il mese di ottobre dell’anno 2004 quando con Isabella, Oscar e don Beppe Gobbo abbiamo effettuato il primo incontro con il vescovo di Njombe Alfred Maluma nel corso del quale ci è stato presentato questo ambizioso ed allora improbabile progetto, ma ogni fatica, ogni sforzo, ogni difficoltà incontrata, sembrano insignificanti di fronte all’emozione di veder nascere un centro che ha come beneficiari i ragazzi tanzaniani che terminata la scuola dell’obbligo avranno finalmente l’opportunità di un percorso professionale.In questo sogno sono state coinvolte centinaia di persone a titolo personale o facenti parti di istituzioni, enti, scuole, ditte e quant’altro e loro sarebbe il diritto di essere qui in questo momento, ma soprattutto ad Enrico và il mio pensiero che sento come costante presenza ispiratrice. A lui dedico questo momento particolarissimo.L’emozione è forte e mi rendo conto di non riuscire a trasmetterla in tutte le sue sfaccettate dimensioni. Lo scorso mese di maggio eravamo ancora qui con Isabella e Giancarlo Faggion ed avevo con me il libro “Tre Tazze di Tè” di Greg Mortenson  che narra la storia di questo americano nato sulle pendici del Kilimanjaro e divenuto poi scalatore del K2 si trasforma in un costruttore di scuole nelle impervie regioni del Pakistan Himalayano per giungere sino in Afghanistan. Non certo parallelismi, ma fili sottili che si intrecciano su rotte afro asiatiche per culminare con l’amico Beppe Bosio il cui progetto nell’altopiano del Wachan (Afg) è realizzato in una di queste scuole.

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È il giorno della partenza e come non ricordare il piccolo lago del giardino botanico straripante di ninfee e di fiori di loto ultimo omaggio a queste terre che agilmente mi riportano al titolo del libro di O.H.K. Spate che mi ha accompagnato “Un Paradiso trovato e perduto” (Ed. Storica Einaudi) e non tanto come annotazione autobiografica, ma riandando alle molte analisi svolte dai cortesissimi ospiti. Queste isole posseggono risorse e potenzialità inaudite, ma si trovano al contempo su crinali che possono determinare futuri idilliaci o catastrofici e le scelte che verranno operate nel prossimo futuro ci faranno conoscere da quale versante ruzzolerà la storia.

danza

Mi ero ripromesso di tornare nel giardino botanico di Honiara, visitato troppo frettolosamente ed un tenue spiraglio di sole mi permette di immergermi in piena solitudine in questo residuo di foresta indubbiamente pluviale. Terreno e vegetazione trasudano acqua da tutti i pori e un accenno di vapore aleggia tra liane, felci, e foglie di ogni dimensione. Quando esco dalla vegetazione un gruppo di ragazzini mi salutano cordiali ed uno di loro accenna ad una danza ben rappresenta lo spirito ironico e sornione che ho spesso riscontrato negli abitanti di queste isole. L’avviso letto all’aeroporto di Port Villa credo ben riassuma tale verve: PUOI AVERE UN EGO ENORME, MA SOLAMENTE UN BAGAGLIO CHE NON SUPERI QUESTE DIMENSIONI.

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