Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Archivio dell'anno 2008

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È il mio ultimo giorno alle Isole Salomone per cui non posso arrendermi a questo cielo che ancora una volta riversa le sue cateratte senza pietà. La prima meta è una spiaggia già visitata dove mi immergo tra coralli di indicibile bellezza. Alcuni ricordano funghi dagli ampi ombrelli mentre altri esili rami di piccoli arbusti mentre alcuni sembrano riprodurre le fattezze di enormi masse celebrali. Il moto ondoso ora filtra tra rigide protuberanze che quasi sembra debbano spezzarsi, ora danza armoniosamente con chiome che fluttuano accondiscendenti in questo perpetuo uno-due. Piccoli pesci dall’azzurro fosforescente sembrano sospesi a contemplare le sfumature dei coralli che passano dai gialli ai verdi ma soprattutto dai viola al bordò con tramature di arabesca raffinatezza. La burrascosa giornata non permette una visione cristallina, ma non da meno pesci striati, zebrati o rigati da linee purissime mi scivolano attorno incuranti dell’impropria intrusione e finalmente non manca all’appuntamento di commiato l’ittico da me preferito: la sua gialla forma a mezzaluna si assottiglia sino a trasformarsi in due fili evanescenti ed è arricchita da marcate sottolineature quasi di rimmel. Infine un’imponente stella marina, assolutamente blu, se ne sta morbidamente adagiata sul fondo incurante di me e di tutte le maree del mondo. Quando esco dall’acqua i piedi subiscono la consueta tortura procurata dal pietrisco che disvela l’origine di queste isole: un agglomerato di conchiglie, sedimenti coralliferi e residui vulcanici.

costa aerea

Ancora in volo dalle Isole Fiji verso le Salomon per iniziare il lungo rientro verso casa. Il cielo è clemente e già ieri il percorso da Suva a Nadi si è trasformato in un inno alla bellezza della Coral Coast. L’imponente autobus si è destreggiato con perizia lungo la tortuosa Queen Roads che a pochi metri dal mare permette la visione di baie, insenature, spiagge, scogli che appaiono e scompaiono dal folto di foreste intricate o tra il longilineo profilo delle palme da cocco in un continuo contrasto di azzurri e verdi. Le fermate vengono effettuate all’interno di resort di indicibile fattezza che lasciano spazio a qualsiasi fantasia. Nei pressi di uno di questi, quando ormai il tramonto ha già spento i mille fuochi e l’ultimo alone rossastro rimane sospeso in un fondale degno di un teatro di ombre cinesi, l’autobus è costretto ad una lunga pausa per la foratura di un pneumatico. Ci è finalmente concesso di scendere e di compiere una pausa entrando in questo villaggio turistico che mi lascia allibito per la sfarzosità delle strutture comunque echeggianti architetture locali tra tetti di paglia ed intrecci di stuoie.L’aeroporto di Nadi è ovviamente adagiato sulla riva oceanica e, prima di addentrarci nell’immensità di un azzurro che sembra non aver punti di riferimento, sorvoliamo questa costa dove l’onda lunga si infrange sulla barriera corallina e le trasparenze delle acque lasciano ancora intravvedere l’inabissarsi degli atolli.

colo forest park

Il parallelo tra le Isole Fiji ed il paradiso terrestre ricorre in guide, opuscoli, letteratura, depliant e mi ero ripromesso, all’inizio di questo viaggio, di non cadere in questo facile ed edonistico epiteto davvero troppo abusato. Neppure la crociera all’Isola Malalolo era riuscita a scalfire questo mio proposito ed orami mi sentivo al sicuro immerso nella ripetitiva pioggia che ormai ha definitivamente segnato questo viaggio, anche perché all’Eden si associano atolli ricoperti da palme di cocco e consimili. L’odierna visita al Parco Colo, nei pressi della capitale Suva, ha tuttavia abbattuto ogni mia barriera difensiva e la parola paradiso mi è più volte sfuggita nel mezzo di questa foresta dove un torrente saltella di pozza in pozza con cascatelle immerse in un effluvio di verde. Con Gavin, il nostro ospite, mi avventuro prima in una benefica nuotata in uno degli innumerevoli bacini e quindi risaliamo la collina attraverso un sentiero che si immerge nella foresta e discendiamo poi seguendo il corso del torrente. Sembriamo gli unici abitatori di questa foresta e poco importa se il raggio di sole che ci aveva illuso al mattino è scomparso lasciando posto alla solita insistente pioggia. Un intrico di liane, sottobosco e piante di mille varietà brilla e riluce in un escalation di verdi sempre più improbabili. Quando giungiamo al punto dove avevamo lasciato mia sorella e gli altri accompagnatori, torna spontaneo rigettarsi nella pozza e persino l’ormai fragorosa pioggia diviene parte dell’indicibile piacere. Galleggiare volgendo il volto al cielo permette di godere di contro luci di tenui foglie che quasi sembrano vibrare mentre piccoli rivoli si formano sulle spesse foglie di banano e grosse gocce a fatica trovano interstizi liberi tra questa volta frondosa per una caduta diretta nella minuscola polla. Un allarmato gesticolare di mia sorella ci fa tornare ripidamente a riva. Il ragazzo che ci guida era salito all’auto parcheggiata più a monte per prelevare le pietanze precedentemente preparate ed ha trovato il finestrino rotto per constatare quindi il furto della borsa contenente soldi, documenti e carta di credito della signora che ci accompagna. La visione idilliaca scompare repentinamente tra denunce da compilare e verbali da stendere e diventa inevitabile constatare che anche in paradiso circoli qualche maledetto ladruncolo.

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Quando ho scelto di nascere nel segno dell’acquario ero per certo convinto che questo fosse un segno d’acqua in grado di accompagnare tutta la mia esistenza ed ho beatamente perseverato in tale convinzione finché Anna, espertissima astrologa, non mi ha edotto sull’altresì appartenenza ai segni d’aria. Ma ormai l’imprinting era marcatamente affermato e non vi è pozza d’acqua, torrente, fiume, lago od immensità oceanica che non riesca ad attrarmi come calamita posta in prossimità di una limatura di ferro. Ho così sperimentato i gelidi torrenti friulani ed i glaciali laghi svedesi, le tiepide acque istriane o tanzaniane e le surriscaldate onde indiane per non parlare delle spumeggianti coste nord iberiche o irlandesi ed infine delle sacre abluzioni nel Gange. L’acqua salata in particolare gioca su di me un fascino irresistibile e non importa se mi trovo di fronte alle onde nelle afose estati mediterranee o nelle gelide e nebbiose mattine invernali. Magari per pochi istanti, ma il mare deve possedermi. Nuotare al largo in notti in cui veli di plancton fluorescente scivolano lungo il corpo perdendosi nell’oscurità dopo sfarfallii luminosi, rimane una delle esperienze indelebili. Immergersi tra queste isole, nate come atolli corallini o come vulcaniche protuberanze, rappresenta il coronamento di tutti i sogni che riconducono alla genesi marina. L’acqua cristallina mi accoglie con delicata carezza e subito il corpo si rilassa nella leggerezza del placido ondeggiare. Niente e nessuno può interferire in questa simbiosi con l’oceano che accoglie con gradevolezza la mia incondizionata immersione. I pensieri fluiscono come in una tenue meditazione e la leggera salinità rende delicato ogni mio volutamente lento movimento. Poi è l’esuberanza di curiosi e civettuoli pesci dai disegni multicolori e la delicata fioritura di mille coralli a catturarmi perdutamente.

PS. to MoGuns: everything is by me. You know we are done of different parts and many personlities are in us.

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Ieri l’aereo ha saltellato dalle isole Salomone all’Isola di Villa per atterrare infine a Nadi, sull’Isola Viti Levu appartenente all’arcipelago delle Fiji. Già le proporzioni dell’aeroporto fanno intuire la distanza abissale tra la nuova meta e le ristrettezze che caratterizzano Honiara. Neppure in questo decantato paradiso la situazione è serena. Dopo l’indipendenza ottenuta dalla Gran Bretagna dopo 96 anni di dominio coloniale, la situazione politica ha conosciuto ben brevi periodi di stabilità, continuamente scossi da colpi di stato fondamentalmente causati dalla spaccatura razziale radicata sull’isola. Tra il 1879 ed il 1916 furono fatti giungere alle Fiji ben 60.500 indiani per lavorare con un contratto di cinque anni nelle piantagioni di canna. Da questo nucleo si è originata quella che ora si definiscono Indo-figiani che si contrappongono ai figiani autoctoni. Se da una parte infatti notevoli integrazioni sono avvenute tra i due gruppi, in alcune sacche permangono ferventi dissapori che anche nel recente 2006 hanno generato l’ennesimo colpo di stato i cui promotori sono gli attuali capi di stato. Le connessioni parentali di mia sorella si estendono comunque anche a questa isola ed il longilineo Ishrat era puntualissimo ad attenderci all’aeroporto per trasportarci verso la costa sud che con non indifferente ammiccamento si chiama Costa di Corallo. La seconda valigia dispersa non è comunque giunta neppure qui e quindi oggi ci siamo decisi ad affrontare uno shopping d’emergenza avendo mia sorella esaurito speranze e ricambi. Ne approfittiamo comunque per visitare il Giardino dei Giganti addormentati ed altra scelta non poteva essere più ispirata. Il giardino è situato ai piedi della catena collinare dei Sabeto e già il viale rettilineo d’ingresso, ombreggiato da un armonico intreccio di rami, predispone l’animo alla vellutata passeggiata tra sentieri che si inerpicano dolcemente in una miriade di essenze arboree, ma soprattutto in un effluvio di variopinte varietà di orchideee che qui sembra abbiano trovato il loro habitat ideale. I calici sono ora circondati da petali carnosi e dai colori vivaci, ora da linee pulite e dalla pigmentazione delicata ed una tenue fragranza pervade l’aria tra felci lievemente ondeggianti, ordinati frangipane, assembramenti di bambù, intrecci di liane, smeraldini fiori di ginger selvatico e mille altre piante che non riesco a classificare. Un raggio di sole riesce a penetrare nel sottobosco e accarezza in controluce la foglia a ventaglio di un palmizio che si trasforma in autentica arte visiva.

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