Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

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Siamo rientrati da Lisbona dove 4 giorni splendenti di sole ci hanno regalato gotici e barocchi antichi piuttosto che avveniristiche architetture, calle che si inerpicano con sapori di suk moreschi o ampie vie dal traffico ordinato, rapide e buie metropolitane o amene e verdeggianti colline di Sintra che ci guidano sino al blu marino di Cascais.

Ma è il termine “saudade” che ora avvolge il nostro animo: nostalgia di luoghi della mente e del cuore ed allo stesso tempo propensione all’ignoto, a varcare quella siepe che ci separa dall’utopico infinito. Oggi Enrico hai spezzato l’ultimo anello che ti tratteneva in questo porto e ci hai lasciato per il tuo viaggio verso mete che non sappiamo. A noi il rimpianto per sogni insieme abbozzati. A te affidiamo le domande irrisolte sul tempo della condivisione rubato alla tua splendida famiglia. Una profonda saudade ci pervade e questa pioggia battente avvolge il nostro essere penetrandone i più remoti interstizi.

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In questo sabato, termina l’ultima settimana a Njombe, martedì partiremo per Dar es Salaam e quindi per l’Italia. E’ quindi tempo di bilanci che a detta di tutti sono positivi. Lasciamo il cantiere con la piena possibilità di realizzare tutte le fasi edificatorie nei tempi previsti. Spetterà ora ai nostri partner africani assumere la piena responsabilità delle realizzazioni. Noi continueremo a seguirli e nonostante il pessimismo di molti io sono intimamente convinto che il progetto procederà con regolarità. Abbiamo trovato persone responsabili e capaci anche se non pochi sono i problemi che rimangono aperti. Tuttavia la via è delineata e se noi riusciremo a sostenere le spese come promesso, credo che qui vi siano sufficienti garanzie. Torneremo probabilmente a gennaio per definire l’intervento di finitura che completeremo noi da settembre a novembre 2009. La sfida e la speranza è che le lezioni al politecnico inizino il 1 gennaio 2010 e il caotico e festante matrimonio che mi accoglie al rientro in città da’ un tocco di festa e di gioia che mi piace interpretare come di buon auspicio.

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In un giorno cinque uomini armati di vanghe, picconi e pale riescono a scavare le trincee di un intero edificio con linee che penetrano nella terra con una precisione e pulizia impensabili per un mezzo meccanico. Qui la manodopera è altamente più economica dei mezzi meccanici ed il gesto ridiventa quasi rispettoso e privo di sconvolgimenti. Si taglia il suolo per cercare un solido ancoraggio e la squadra degli scavatori corre contro il tempo. Dobbiamo gettare le fondamenta di 6 edifici prima che la stagione delle piogge possa bloccare gli scavi. Se ci riusciamo i lavori potranno proseguire in quanto la posa di mattoni è anzi favorita in un clima non secco, altrimenti tutto il progetto slitterà di mesi.

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Terra e sudore. Mentre il capo mastro continua a tracciare trasparenti linee rette, gli operai iniziano a scavare le trincee per le fondamenta e così il pensiero generatore si trasforma in odori e fatica capaci di dare la concretezza di cui necessitavamo. Usciamo definitivamente dal solco delle ipotesi per graffiare la terra con segni che si vorrebbero indelebili.

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Ormai si approssima la data fissata per la nostra partenza e finalmente il groviglio di fili che ci aveva accolto al nostro arrivo si trasforma in linee rette che si intersecano con simmetrica perfezione. I lavori riprendono dopo che tutto il progetto è stato ritarato (meglio dire ristrutturato) per rispondere al meglio alle esigenze di completare un nucleo che sia pur iniziale, sappia chiudere un piccolo cerchio di funzionalità in grado di vivere di vita propria e diventi propedeutico alla realizzazione dell’intero progetto. Fili trasparenti che tagliano l’aria con geometrica precisione senza lasciare spazio ad ulteriori dubbi. Qui saranno gli scavi per le fondamenta, questi i livelli ricavati con semplici ma inossidabili strumenti (cordella metrica, livella, squadra). Riti antichi, forse di cabala, per ricavare aree e perimetri di costruzioni che per ora sono solo nelle nostre menti.

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