23 Ottobre 2008
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Cercare il senso di tutto è un esercizio che ho lasciato molto tempo addietro. Non sono riuscito a delineare una precisa filosofia che riesca a dare una risposta definitiva a tutti i perché che puntualmente affiorano nel quotidiano immergersi della vita. Come non riconoscermi nello sguardo che rispecchia questa sorta di smarrimento che continuamente mi accompagna?

Alcuni giorni fa’ ci siamo divisi i compiti, Edgar ed io ed a decidere dove posizionare definitivamente gli edifici del politecnico e Claudio a seguire la tecnica dell’ufficio per la gestione delle acque del distretto di Njombe. Abbiamo individuato una sorgente a circa 1,5 Km di distanza dal sito: acqua pulita che sgorga da una sorgente ad un’altezza che ci fa sperare di poter far giungere l’acqua nella parte alta del nostro terreno per gravità evitando quindi costose pompe che necessitano di energia elettrica e che sono comunque soggette a rotture. Abbiamo effettuato delle misurazioni approssimative con il mio gps ma ora abbiamo bisogno di sapere con precisione se e dove possiamo collocare la cisterna di accumulo. Nenie dolcissime si trasformano in gospel ritmati che accompagnano le misurazioni. Lei canta nel coro della chiesa e così ci immergiamo in un mare di erbe e felci con un intonatissimo sottofondo canoro che si trasforma in esultanza quando verifichiamo che potremo avere acqua potabile ben cinque metri al di sopra del primo edificio.

Tornando da Iringa il tramonto ci coglie tra le estensioni di tè di Kibena, ormai alle porte di Njombe ed un gruppo di donne si affretta verso casa dopo una dura giornata di lavoro con il carico di legna in equilibrio sul capo. Mi torna alla mente un reportage fotografico dal titolo “L’Africa in testa”

Continua da Luana 4 Ottobre 2008
Acqua dolce, immobile, teporosa, limpida, avvolgente. Nuoto verso ovest e ad ogni bracciata posso sollevare la testa per assaporare diapositive che si susseguono come doni per la mie retine: la riva del Lago Niassa dove un poderoso baobab si protende con il goffo tronco ed i tenui rami stagliati nel tramonto come chine cinesi, l’infinito susseguirsi dei Monti Livingstone, un assemblarsi di piramidi addossate l’una all’altra in un paesaggio che sembra destinato ad estendersi all’infinito, il cerchio perfetto del sole che riflette sull’acqua sfumature che variano dal rosa al porpora al violaceo. In questa immersione la tensione del viaggio sembra sciogliersi come se i ricordi non appartenessero ai pochi istanti precedenti, ma ad un’era indefinibile, comunque remota. Una volta partiti dalla parrocchia di Luana, Edgar mi ha chiesto se potevamo aiutare la gente per strada trasportando anche 10 persone nella capiente Land Cruiser. E’ così iniziato un stop and go continuo per un susseguirsi di volti e di animali e cose trasportate: cesti di pesci, gabbie con gatti o galline, sacchi di patate o mazzi ben legati di tronchetti di canna da zucchero. Giungiamo nella città di Ludewa dove riusciamo ad acquistare quattro taniche di gasolio ad un prezzo esorbitante, ma non vi sono veri e propri distributori e le alternative sono pari a zero. Mentre il serbatoio viene riempito da una coppia eterogenea (la moglie di stazza notevolissima regge l’imbuto mentre il minuscolo marito la prega di tenerlo più basso altrimenti lui non riesce a versarvi le taniche) un crocchio di persone si forma intorno alla vettura e lasciamo ad Edgar la decisione di chi accogliere a bordo. Quando ripartiamo con una decina di ospiti, Edgar mi spiega che vi sono due categorie di passeggeri, la maggior parte sono donne partite la notte precedente dai villaggi sul lago con un cesto di vimini sul capo per giungere in tempo al mercato della città. Il tragitto richiede dalle 10 alle 12 ore di cammino ed ora si accingono a tornare al villaggio con l’incasso racimolato o con qualche prodotto barattato od acquistato con il frutto della loro vendita. Il villaggio a cui siamo diretti, Lupingu, è servito da una sola auto da cui a volte dipende la sopravvivenza delle persone. Nessun servizio sanitario è qui presente per cui solamente l’auto della parrocchia può fungere da pronto intervento per un trasporto all’ospedale di Ludewa. Anche i pazienti devono quindi cercare di non aggravarsi durante le assenze pur sporadiche del parroco perché in quel caso è assai probabile la loro morte. La seconda categoria di passeggeri è formata da giovani studenti e studentesse che frequentano le scuole secondarie di Ludewa. Tornano a casa per procurarsi del cibo in quanto le famiglie non riescono ad affrontare il costo della mensa scolastica e l’unica alternativa è quella del rifornimento settimanale presso i villaggi di origine. Edgar suggerisce che siano le famiglie a recarsi alla scuola in modo da non far perdere troppe ore di studio, ma i genitori di questi ragazzi sono troppo anziani per affrontare un simile tragitto.
Tra il vociare festoso dei viaggiatori, entusiasti per l’insperato trasporto, giungiamo a Nendi, situato a 1700 metri d’altitudine, dove in teoria l’auto di Lupingu dovrebbe attenderci per trasportarci sino al paese in quanto è impensabile che qualcun altro possa guidare su un percorso che a loro detta è assolutamente il peggiore del mondo. L’auto però non c’è in quanto impegnata in qualche commessa e dopo una breve consultazione con Claudio ed Edgar decidiamo di proseguire con il nostro mezzo. La prima parte del tragitto non presenta difficoltà maggiori delle precedenti e tranquillamente lo affronto senza troppe ansie. Quando però ci troviamo a circa 1250 metri d’altitudine vengo avvisato di inserire le quattro ruote motrici e poco dopo un incredibile paesaggio si apre ai nostri sguardi. Il lago Niassa appare improvvisamente ai nostri piedi e la strada si trasforma in una mulattiera che abbandona le creste sin qui seguite per serpeggiare contortamente sino al lago sottostante con un balzo di 700 metri. Quando riavvio l’auto un rispettoso silenzio si impone nel veicolo ed una lenta e traballante discesa ha inizio. Fortunatamente ho al mio attivo percorsi altrettanto e forse ancor più perigliosi in quanto l’esperienza afgana mi ha costretto su mulattiere abbarbicate a precipizio su strapiombi con in più l’aggravante di neve e ghiaccio che nel caldo tepore del lago Niassa sono quantomeno improbabili. Pendenze vorticose e strette curve rientranti si susseguono senza concedere la pausa di un respiro e neppure i passeggeri riescono ad assaporare la bellezza stratosferica del paesaggio che di curva in curva si para dinanzi a noi. Ad un certo punto mi viene consigliato di fermare l’auto e di inserire anche le marce ridotte in quanto ha inizio il tratto peggiore: quattrocento metri interminabili in cui nemmeno il respirare diviene un’attività consentita. Uno stretto ponte segna la fine del nostro calvario ed una ventata di gioia coglie un po’ tutti facendo risuonare un festoso cicaleccio liberatorio.
La notizia che un mzungu (bianco) ha guidato un’auto sino a Lupingu si sparge presto per il villaggio e l’incredulità lascia poi il posto al passa parola tanto che in breve tempo Edgar è subissato da richieste di trasporto per il viaggio di ritorno. Anche il parroco necessita di un po’ di tempo per assimilare l’idea che un mzungu (a suo dire il secondo nella storia della parrocchia) abbia potuto superare la strada più impervia del mondo e così ci offre una birra per festeggiare l’evento.
Ma il mio cuore è già nel lago e prima che il cerchio perfettamente delineato si inabissi nel cielo del Malawi mi immergo con infinita gratitudine per avermi concesso la meraviglia di questo luogo e di queste genti.

Claudio si è gettato a capofitto nel lavoro ed ha iniziato a preparare alcuni fogli di calcolo credo rimanendo operativo sino a mezzanotte. Il week end è giunto rapidamente ed Edgar ci ha invitati a trascorrerlo a Lupingu, una località da tutti decantata come incantevole sul lago Niassa che separa la Tanzania dal Malawi. Nell’udire il nostro programma di viaggio i nostri ospiti quasi sobbalzano per la sorpresa ed una chiara apprensione si delinea sia per il mezzo non ideale di cui disponiamo, una piccola e scalcinata Suzuki Escudo, sia per l’impervio percorso che a loro parere è per noi impraticabile. Vediamo Edgar molto determinato per cui decidiamo comunque di partire. Normalmente ho notato nelle mie esperienze di viaggio che in qualsiasi parte del mondo si trovano situazioni che i locali ritengono assolutamente assolute: il luogo più bello, il panorama più estasiante, il pozzo più profondo, il cammino più arduo, la strada più pericolosa, etc. mentre poi nella realtà tutto si relativizza. Devo però ammettere, con il senno di poi, che le preoccupazioni erano questa volta tutt’altro che esagerate. Conduco la macchinina sino alla parrocchia di Luana dove Edgar riesce a convincere il parroco a prestarci la Toyota Land Cruiser per affrontare l’ultima parte del viaggio. Sin qui la strada sterrata ci ha condotti in un susseguirsi di picchi e vallate che dai 1900 metri di Njombe ci hanno innalzato ai 2200 metri delle coltivazioni di tè per scendere poi ai 1500 di valli coltivate a mais e canna da zucchero mentre foreste di eucalipto e mimosa nera continuano ad accompagnarci per poi lasciare spazio a calvi dossi a volte bruciati da incendi devastanti, a volte gialli e punteggiati da radi alberi che si stagliano in controluce. La strada è a volte ricoperta da uno strato di polvere rossa che si alza inesorabile al nostro passaggio penetrando poi tra i tessuti e le narici, altre volte fondi sassosi ci fanno sussultare per kilometri e non raramente mi trovo a zigzagare tra buche che minacciano seriamente le sospensioni del veicolo. Nonostante la pesantezza del percorso ci sentiamo intimamente felici per poter visitare questa parte di Africa così lontana dai cliché turistici. L’appoggiarsi alla Diocesi di Njombe è stata una scelta che ancora una volta si disvela nelle sue plurime implicazioni. Lo Stato Tanzaniano è pressoché in perenne emergenza finanziaria. Il fondatore della Patria, Julius Nierere, nel scegliere la via del socialismo africano, aveva provveduto a sequestrare le strutture sanitarie ed educative delle numerosi confessioni religiose presenti nel paese. Dopo alcuni anni, lo Stato si è visto però costretto a restituire alle chiese queste strutture in quanto non aveva fondi e personale istruito sufficienti per provvedere alla loro gestione. In pratica gran parte dei sistemi scolastici e sanitari sono tuttora gestiti dalle chiese che si riuniscono in forma ecumenica per eleggere due rappresentanti comuni per collaborare nelle riunioni governative dei rispettivi ministeri. Le diocesi sono quindi profondamente radicate nel territorio ed hanno estensioni notevoli. A loro si appoggiano molte ong, anche aconfessionali, per realizzare progetti quali acquedotti, centrali elettriche, sviluppo agricolo, educativo e sanitario in quanto lo Stato è alla fine inesistente come controparte. La diocesi di Njombe in particolare si estende su tre distretti e percorrendo questi 200 km di strada che toccano i distretti di Njombe e Ludewe si ha la percezione della vastità dell’area e della capillare presenza strutturata in parrocchie e sub parrocchie. E’ questa rete con cui stiamo collaborando con grande profitto e cooperazione che ci permette di vedere questa parte di realtà altrimenti irraggiungibile. Di tanto in tanto ci fermiamo per concedere un passaggio a questo popolo perennemente in cammino ed è così che incontriamo una giovane donna dal viso tumefatto che con il bimbo in spalle si sta recando dalla polizia per denunciare le percosse subite dal marito.
Segue….