Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore. Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere (O. Khayyam)
Siamo giunti a Dar nella serata di ieri e molto interessante è stata la cena trascorsa al ristorante New Africa con l’Ing. Godfrey. E’ particolare la sintonia naturale che si crea con persone che si incontrano di tanto in tanto ma di cui si percepisce la reciproca stima e fiducia. Con lui alcuni anni fa’ ho misurato i dislivelli e la portata del torrente che costeggia il Politecnico per fornire quindi i dati ad un ingegnere italiano che da questi ha stilato un progetto per la realizzazione di una centrale elettrica che potrebbe alimentare sia la scuola che un eventuale acquedotto a favore della città. Chissà che fine ha fatto e farà quel progetto!? Tutti appellano Godfrey con il titolo di ingegnere, ma di fatto non credo sia effettivamente laureato. Si narra di lui che da giovane era divenuto l’assistente di un ingegnere tedesco e questi era stato impressionato dalla sua capacità di apprendere e di applicarsi alla fisica quanto alla meccanica e all’edilizia. Avevano trascorso assieme numerose esperienze professionali ed infine il tedesco l’aveva ospitato in Germania per frequentare alcune scuole di cui non è ben precisato il livello. Al suo rientro era stato incaricato dalla Diocesi a sviluppare alcuni progetti per la costruzione di centrali elettriche che lui ha saputo realizzare e che sono tuttora funzionanti. Ora è il punto di riferimento per qualsiasi progetto idroelettrico della Diocesi di Njombe e l’ong Acra l’ha assunto in qualità di responsabile del cantiere che ha realizzato l’imponente e difficile impianto di Madunda. E’ qui a Dar per un incontro con l’Ente per l’energia Rurale per la presentazione di due nuove centrali alla Commissione Europea. Il governo Tanzaniano lo consulta frequentemente e lo ha fatto partecipe di numerose commissioni tecniche e l’ultima volta che ho provato a contattarlo non era reperibile in quanto si trovava in Thailandia per uno di quegli interscambi tecnici organizzati dalla Banca Mondiale. La sua semplicità e chiarezza nell’illustrare funzionamenti e problematiche delle centrali, riescono a rendere fruibile anche a me concetti altrimenti astrusi ed il tutto accompagnato da un sano e vivace umorismo che a volte gli fa’ uscire delle grasse risate. Non ho mai affrontato con lui l’argomento Politecnico e l’occasione è ghiotta, in tutti i sensi, per condividere cibo e progettazioni. Da subito l’Ing. Godfrey si entusiasma di questo progetto volto ad incrementare le conoscenze dei giovani tanzaniani e con immediatezza si lancia in analisi dei bisogni, potenzialità da sviluppare e contatti da intraprendere sommergendo il povero Fr. Evodius di dati ed indirizzi. In primis raccomanda di contattare l’Istituto di Tecnica di Moshi che è in grado di fornire l’intero percorso didattico oltre all’elenco di materie e di libri di testo. La passionalità e la curiosità che subito l’accendono mi fanno capire quali sono state le molle che hanno permesso a questo ex ragazzo di divenire un esperto di altissimo profilo senza probabilmente aver mai frequentato un’aula universitaria ma eleggendo la vita ad esperienza formativa e sapendo al contempo mantenere una ricca semplicità che solamente i migliori incontri sanno trasmettere.
Dopo gli ultimi acquisti in Indian Street di alcuni utensili necessari al cantiere di Njombe, ci trasferiamo verso l’istmo di Kigamboni e sul traghetto che in pochi minuti ci trasborda sull’altra riva è facile perdersi tra una variegata umanità che in questa città di mare si confonde in intrugli ed alchimie razziali a volte dalla difficile identificazione. Poi finalmente l’amenità della spiaggia di Kipepeo che ci accoglie tra palme ondeggianti e sabbia abbagliante. L’oceano è in fase di bassa marea e numerose erbe marine invadono la battigia, ma dopo aver superato la breve e fastidiosa barriera mi immergo in quest’acqua dalla temperatura penso pari alla mia in quanto quasi non distinguo la sua percezione: per un attimo penso che sei mai fossi una colonia di batteri vorrei che questo divenisse il mio brodo di coltura nel quale gongolarmi all’infinito.
Finalmente riesco ad incontrarmi con Fausta che giunge da Ilembula. E’ stata lei a creare l’opportunità per il nostro intervento a favore della prigionee di Njombe per cui entrambi concordiamo per una visita alla struttura. Qui lei è di casa in quanto spesso viene a donare viveri ed indumenti in particolare in favore delle donne carcerate. Anche in questa opportunità non manca di consegnare alcuni sacchi presumo di farina, indumenti e sapone. Il comandante le concede poi di donare direttamente alcuni sacchetti di pane direttamente alle carcerate. Davanti a lei ogni porta si apre ed è così che in questo frangente mi è concesso di entrare all’interno dell’edificio detentivo. Una specie di girone infernale si spalanca ai miei occhi. L’edificio è costituito da celle poste lungo un corridoio sbarrato che si affaccia su un cortile interno formando un quadrilatero. Nel cortile sono ammassati centinaia di cenciosi uomini semplicemente accovacciati gli uni agli altri formando un ammasso grigio nerastro vociante ma praticamente immobile. Poche le “macchie” arancioni che si stagliano dalla monocromia di fondo. Solamente chi ha ottenuto la condanna definitiva veste la sgargiante divisa carceraria e per lo più non sta all’interno del cortile ma è occupato in varie attività quali il taglio dell’erba, lo scarico e il carico delle merci in entrata ed in uscita, la coltivazione dei terreni posti a mais e patate,ecc. Chi è in attesa di giudizio, ed in questo carcere distrettuale costituisce l’ampia maggioranza, non è autorizzato ad alcuna attività specialmente all’esterno di queste mura e pertanto non deve far altro che vegetare in attesa di un processo di cui nessuno può prevedere il tempo di svolgimento. Da ampie parti si sta premendo per un’accelerazione dei giudizi e soprattutto che chi è sospettato o reo di reati secondari sia indirizzato a soluzioni alternative quali lavori socialmente utili e che soprattutto ai minori siano dedicate strutture specifiche. Qui infatti vecchi, giovani e minori sono accomunati in un unico destino che pone il ladro di polli a fianco dell’assassino o di chi ha partecipato ad una rissa tra ubriachi accomunando tutti indistintamente in un groviglio di umanità disperata.
Un cortile più piccolo costituisce il reparto femminile che ci accoglie con un canto di ringraziamento. Qui il numero delle detenute è decisamente inferiore (forse una quarantina). Nel cortile assolutamente privo di qualsiasi infrastruttura, le donne siedono sul cemento ed una specie di colombaia di legno accoglie la fragorosa televisione da noi donata. Intuisco che un basso muretto costituisce la zona delle toilette ed è da qui che vedo sbucare tre o quattro bambini di forse uno o due anni. Altri più piccoli sono avvolti in coperte accostati alle loro madri di cui condivideranno la sorte.
Il comandante ci assicura che la nostra pompa funziona alla meraviglia, entra in funzione solamente quando nella vasca di raccolta vi è sufficiente acqua e si ferma automaticamente al riempimento delle cisterne d’arrivo. Quando abbiamo installato l’impianto non avevamo infatti potuto testare questi automatismi in quanto alcuni cavi dovevano ancora essere posati e qualche timore che qualcosa potesse non funzionare a puntino era in me persistito . Evidentemente le istruzioni impartite da Cristiano e Mauro sono state eseguite scrupolosamente. Nel corso della visita all’impianto, svolto in onore di Fausta, posso constatare che la vasca di pescaggio è stata già coperta da grosse tavole di legno per proteggerla dalla caduta delle foglie; il piccolo pannello elettrico di controllo è ora ospitato e protetto da una baracca in legno capace di ospitare le guardie addette al controllo dell’impianto (anche in Tanzania non tutti i ladri sono dentro al carcere) ed infine una nuova vasca è già in corso di costruzione come da noi suggerito sia per meglio decantare l’acqua prima del passaggio nella pompa sia per aumentare la quantità aspirabile e non costringere l’apparecchiatura a continui stacchi.
Il comandante non finisce di ringraziarci ed addirittura ipotizza un’ufficializzazione da parte del direttore generale del sistema carcerario della Regione di Iringa che è a conoscenza di quanto questo impianto ha mutato le condizioni di vita sia dei carcerati che del personale di sorveglianza e delle loro famiglie che vivono nelle adiacenti abitazioni. Alcuni cesti finemente intrecciati con sottili stringhe di legno mi vengono donati in segno di gratitudine. Sono il frutto dell’artigianato delle carcerate e la simbologia racchiusa in questi semplici oggetti supera per me qualsiasi altra manifestazione.
Con Adriano ci avviamo in mattinata verso Matembwe dove incontriamo alcuni amici di vecchia data. John Kamonga ha frequentato l’Istituto d’Agricoltura di San Michele all’Adige (TN) e sia che si esprima in swahili, in italiano od in inglese si viene investiti da un flusso di suoni e di gestualità ricco di sfumature. Da lungo tempo è il coordinatore in Tanzania dell’ong Cefa di Bologna e passare alcune ore con lui e con il suo responsabile amministrativo Clemence Malekela è sempre un’esperienza infarcita di aggiornamenti locali e di fragorose risate accompagnate da robuste manate reciproche ogni qualvolta la battuta di uno sovrasta quella dell’altro. Si produce così una specie di allegra tenzone verbale e motoria che sollecita la mente all’attenzione e alla raffinata ironia che non risparmia nessun aspetto né personale né politico per cui non ci si può permettere di abbassare la guardia in nessun istante della conversazione. Ho con me un laptop donato dalla Cooperativa Adelante ad una cooperativa locale di produzione di tè e pertanto mi reco con loro ed il presidente Mhomisoli a visitare sia le coltivazioni che la vecchia industria di Lupembe dalla storia assai particolare. Un inglese aveva qui avviato una vasta coltivazione di tè costruendo un complesso industriale per la selezione e l’essicazione del delicato fogliame. Negli anni ’70 aveva deciso di rientrare in Gran Bretagna e si era quindi rivolto al Presidente Julius Nierere per proporre il passaggio della proprietà allo stato Tanzaniano in cambio della sola copertura dei mutui ancora aperti. Il Presidente aveva allora proposto che non fosse lo stato ad acquisire la proprietà, bensì i 19 villaggi locali. Si erano così formate 9 cooperative raggruppate in un consorzio. Gli abitanti dei villaggi, lavorando per mesi senza percepire alcun compenso erano quindi riusciti a pagare i debiti del precedente proprietario e sia i terreni che l’industria erano stati ufficialmente registrati a nome del consorzio. Erano poi seguiti gli anni della riforma agraria e comunitaria (Ujamaa) lanciata da Nierere e la collettivizzazione nazionale aveva trasferito la gestione allo stato costituendo anche qui uno dei numerosi fallimenti economici. Negli anni del ritorno al libero mercato, le proprietà erano tornate ai precedenti proprietari ma qui un corrotto ministro aveva colto l’occasione per vendere per pochi spiccioli terreni ed industria ad un facoltoso arabo. E’ a questo punto che i villaggi si sono ribellati ed hanno occupato gli stabili cacciando i dipendenti del saudita. Attualmente è in corso un processo che è seguito con attenzione da stampa, opinione pubblica e politici ma i cui tempi sono imprevedibili. Nel frattempo il consorzio organizza una sorveglianza continua degli impianti che possono essere utilizzati solamente come luogo di raccolta del tè prima del trasferimento alla Kibena Ltd Company di Njombe. E’ la prima volta che visito un impianto per la trasformazione del tè e se da una parte trovo affascinante conoscere le varie fasi di raccolta (rigorosamente il solo apice composto da due foglie e mezza), deumidificazione, triturazione, fermentazione ed essicazione, dall’altra mi sembra quasi surreale questo aggirarmi in un rugginoso ed obsoleto ammasso di lamiere e ferraglie che sovrastano dalla collina uno sgargiante ed ondulato tappeto di foglie capaci di luccicare in infinite gradazioni di verde.
In questi giorni è giunto a Njombe Giuseppe Biella che è uno dei punti di riferimento dell’Ong Acra di Milano. Più volte ho sottolineato come una fitta rete di fili, dalle trame a volte contorte ma sempre ricche di significato, si siano intrecciate spesso in modo imprevedibile. Tralascio quindi come le nostre strade si siano incrociate tra la Svizzera e Bassano del Grappa per poi affiancarsi qui a Njombe. Di fatto ne è scaturita una reciproca amicizia e stima. Giuseppe è qui per raccogliere quei dati necessari alla compilazione di alcune “concept note” che costituiscono delle bozze di progetto da presentare preliminarmente alla Commissione Europea per ottenere un primo parere ed eventualmente, in caso di riscontro positivo, presentare poi una ben più complessa domanda di finanziamento. Sussistono interessi comuni per far divenire il politecnico un polo di formazione professionale e da molto tempo sto insistendo con varie ong italiane presenti in Tanzania affinché questa scuola divenga un’opportunità per sopperire ad una delle lacune della cooperazione internazionale. Non è farina del mio sacco la constatazione che molti progetti, pur risultando estremamente importanti e ben eseguiti, rischiano di collassare per la mancanza di personale locale in grado di svolgere l’ordinaria e la straordinaria manutenzione. Le nostre idee sono in sintonia e per meglio approfondirle lo accompagno nel suo tour d’indagine. Visitiamo una centrale elettrica da loro realizzata presso il villaggio di Madunda. Qui la prima fase è ormai completata ma potrebbe svilupparsi un nuovo progetto per la collocazione di una seconda turbina e forse di una terza in grado di sfruttare un’ulteriore caduta dell’acqua già turbinata. Ci accompagnano la cooperante Alice e l’Ing. Godfrey che è il locale ideatore e realizzatore di questa centrale elettrica e ci trasferiamo quindi verso Lugarawa dove l’energia prodotta da una vecchia turbina è ormai insufficiente al locale ospedale. E’ lo stesso Godfrey che mi illustra un’epica impresa compiuta dal nostro Padre Innocent che sta dirigendo i lavori del politecnico. In un’epoca non ben definita, si era individuata la località dove creare un piccolo bacino in grado di alimentare una turbina orizzontale (in sintesi necessita molta acqua in quanto non vi è un dislivello notevole). I calcoli effettuati dimostravano però che l’acqua che sarebbe qui confluita non sarebbe stata sufficiente in particolare nel periodo secco. E’ a questo punto che all’imprevedibile Padre Innocent balza l’idea di deviare parte di un fiume che scorre su un altopiano a circa 16 km da Lugarawa. Le autorità di controllo sono dapprima scettiche ma alla fine approvano il progetto ed è così che il nostro riesce a realizzare la deviazione creando una cascata artificiale che ancor oggi alimenta il bacino e la turbina ormai però obsoleti. Godfrey ha calcolato che proprio questa cascata, con i suoi 400 metri di dislivello e i garantiti 300 litri di acqua al secondo, potrebbe produrre quasi un megawatt di energia elettrica. Ora Padre Innocent è in viaggio per Dar es Salaam per accompagnare Giancarlo e gli altri, ma non mancherò di chiedergli come certe idee gli passino per la testa.
La cena con il Vescovo ed altri nostri ospiti è già un ricordo e questa mattina alle 5:30 Giancarlo con Gianna, Giovanni, Lucio, Cristiano, Mauro e Flavio sono partiti diretti a Dar es Salaam perdirigersi domani verso l’Europa. Rimango per un’ulteriore settimana con Adriano per verificare che quanto sinora svolto venga opportunamente proseguito dalle maestranze locali e l’allestire il mio funzionale ufficio stempera la melanconia.