
In questi giorni di neve capita di riscoprire tra la polvere qualche scritto del passato e di ritornare con la mente a momenti che sembrano lontani anni luce ma che sono appena dietro le spalle. Mi trovavo a Berlino per presentare ad una fiera i nostri prodotti biologici ed in una solitaria serata….
Ancora una volta Berlino. Tempi e passi muovono con sincronico mistero. Sono alla Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche. Non avevo mai visitato l’interno di questo mozzo di reliquia (indice e pugno spezzati di una cattedrale affumicata).
I mosaici della volta, le statue ed i bassorilievi emanano uguali maestosità e precarietà nella magnificenza di ori e pietre devastati da bombe irriverenti.
Forse è il tempo che stiamo vivendo che mi ha condotto a questa tetra vestigia, testimonianza perpetua dell’orrore della guerra. La panoramica sulla città dopo il bombardamento è eloquente quanto angosciante.
Ho bisogno di interiorità e mi raccolgo nella nuova chiesa, un ottagono di cemento e vetro colorato. Non è una bella chiesa ed il Cristo sopra l’altare sembra un aliante pronto alla planata.
C’è gente. Sto soppesando la guerra in Iraq: possibile, probabile, evitabile. Ripenso alle foto su Berlino ed alla forza di chi ha saputo ricominciare. Ritorno allo sfacelo del terremoto in Friuli ed alla determinazione di chi non ha nulla da perdere. L’attuale incertezza è più devastante della disperazione.
Anche per me vale la paura di perderti, il timore di un abbandono forzato, di un non ricongiungimento. Non sono i beni che si perdono, ma sono i cari che si separano.
Ed è improvvisamente organo!
Ed è Bach, ed è una vibrazione dolorosa che si affianca e poi compenetra al fremito cardiaco.
Un prete tutto nero legge e commenta il Vangelo di Matteo con un tedesco per me irraggiungibile, ma dal timbro affascinante.
Poi l’organo emette un basso tono e su quello un coro invisibile sboccia come un fiore inaspettato.
Ora il Cristo vola davvero senza un battito d’ali su pianure sterminate che odorano di Russia. Un volo suadente e penetrante tra erbe piegate da questo vento musicale ed arbusti e fiumi che si lasciano accarezzare.
La musica ed il canto spalancano la mia malinconica prateria.
La nuova orazione del prete non è per me che un’altra vocalità.
Sono situato nel sotto-palco del coro per cui ora a sorprendermi è l’orchestra d’archi che si accompagna all’organo e quest’intrusione altera di ottoni mi costringe ad arrancare su picchi vertiginosi.
Quando il tenore evoca il proprio assolo l’animo quasi si smorza e rimpicciolisce. La mia mano cerca dita che non ci sono …
Poi è città…
Poi è piano superiore di un bus che compenetra e si compenetra della notte artificiale.
Chitarrista all’Europa Center, luci in dissolvenza al Sony Center e la tensio-struttura si fa grigia, azzurra, rosa, violetta ed infine opaco avorio.
I miei passi percorrono Postdamer Platz sino alla Brandeburger Tor e poi Unter den Linden sino ad Alexander Platz.
Nel mio ’73 questo era muro.
La storia a volte permette di banalizzare in una notte ciò che un tempo era vietato sognare.








