Non aver timor d'eventi, del Tempo che rapido urge, di quel che accade (che a lungo non dura) non aver timore.
Non pensare a quel ch'è passato, di quel che verrà non temere
(O. Khayyam)

Njombe, 21 Aprile 2010

30 Aprile 2010
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Ancora una volta le nostre aspettative si scontrano con una realtà ben diversa. I lavori non sono stati eseguiti conformemente alle puntigliose istruzioni impartite da Giancarlo lo scorso gennaio e neppure la costante presenza dell’austriaca Susanne ha saputo evitare errori che ci costringono a dedicare i primi giorni di lavoro al rifacimento di alcune opere. Un marcato sconforto ci coglie nel constatare come le pur notevoli opere eseguite durante la nostra assenza siano completamente prive di quella precisione che per i nostri artigiani è connaturata nel quotidiano agire. Un perenne caos regna nel cantiere e nuovamente si devono riordinare le squadre di lavoro dando una logica ed una sequenzialità alla loro azione. Uno dei principali problemi che si evidenzia è il grande turn over degli operai. Quasi tutta la maestranza presente a gennaio ed alla quale era stata dedicata una decisa formazione, è stata sostituita e certamente senza alcun miglioramento qualitativo. Non riusciamo a comprendere i motivi di questi repentini mutamenti di personale che hanno caratterizzato il cantiere sin dalla sua partenza. Mentalmente ipotizziamo che più di 300 persone hanno ruotato nel cantiere senza mai riuscire a creare un team di riferimento. Ma il tempo a nostra disposizione è estremamente limitato e pertanto non ci rimane che affidarci alla tenace esperienza di Giancarlo ed alle abilità dei nostri artigiani per dare nuovo impulso a questa opera che ormai si sta completando. Verso sera una ridente luna si staglia al di sopra degli eucalipti e nulla ci vieta di interpretarla come un segno di buon auspicio.


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Il viaggio di trasferimento da Dar a Njombe si è svolto senza particolari problemi. Solamente il traffico si è rivelato più intenso del previsto. L’uscita dalla città si dimostra agevole probabilmente per la saggia scelta di partire alle sei del mattino. Nonostante la giornata festiva una interminabile colonna di bus e camion impedisce poi di superare i settanta km orari con frequenti rallentamenti a volte snervanti. Al bivio di Chalinze, mentre noi indugiamo nell’acquisto di una corposa scorta di ananas, una buona parte del traffico si dirige per nostra fortuna verso nord alla volta di Dodoma piuttosto che dell’area del Kilimangiaro. Non abbiamo comunque fretta e ci concediamo una sostanziosa colazione a Morogoro dove il nostro approvvigionamento prevede l’acquisto di ottime banane. Il buon Fr. Innocent è rimasto a Dar in quanto il giorno precedente non siamo riusciti a completare l’acquisto di tutto il materiale necessario al cantiere, così tocca a me guidare una delle auto per i 750 km del percorso. Il passaggio attraverso il parco di Mikumi non è ricchissimo d’incontri, ma comunque alla fine riusciamo ad avvistare: giraffe, zebre, gnu, bufali, gazzelle, elefanti e facoceri con piena soddisfazione di chi è in Africa per la prima volta. Nel tratto che precede l’arrivo ad Iringa buona parte della strada è stata ampliata ed asfaltata da una ong Danese, ma per lunghi tratti si procede a senso alternato in quanto i lavori sono ancora in corso. E’ ormai buio quando giungiamo a Makambako dove ci siamo dati appuntamento con Fausta per affidarle Mariuccia e Federica che sosteranno da lei per qualche giorno. Ed infine ecco Njombe dove come di consueto il vescovo ci attende per darci il suo “Karibu sana” e condividere la cena prima di crollare definitivamente a letto.

Al mattino del lunedì eccoci pronti ad affrontare le sorprese che ci riserva il cantiere.


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Mai partenza fu più avventurosa e fortunata. Siamo giunti a Zurigo Giovedì sera provenendo da Venezia e siamo stati accolti dalle notizie dei blocchi degli aeroporti in Irlanda,  Gran Bretagna e Svezia. L’albergo presso il quale eravamo alloggiati risultava già completo in quanto molti viaggiatori non avevano potuto riprendere il loro viaggio. Quando al mattino siamo tornati in aeroporto nelle tabelle informative il colore rosso predominava per gli innumerevoli voli cancellati praticamente per tutte le destinazioni USA e per gran parte dell’Europa Occidentale. Giornali e telegiornali erano doviziosi di informazioni che spiegavano altitudine, estensione e direzione della nube che proveniva dal vulcano islandese, ma che soprattutto indicavano nelle particelle di silicio il motivo dell’allarme aereo: infinitesimali particelle del tenace minerale che pur polverizzate potrebbero danneggiare le turbine dei reattori aerei.

Tecnologie d’avanguardia e altamente sofisticate messe a repentaglio da uno dei fenomeni che richiama ad ere primordiali!

Con somma fortuna il nostro volo parte in orario e senza altre difficoltà giungiamo a destinazione gustandoci perfino paesaggi che vanno dalle montagne innevate ai deserti sahariani.

Che importa se al nostro arrivo un premuroso sms da parte della compagnia aerea ci avvisa che sono molto sorry poiché il volo LX0292 has been cancelled? I nostri piedi sono saldamente appoggiati al suolo africano e pronti per iniziare la nostra avventura tanzaniana.



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 In questi giorni di neve capita di riscoprire tra la polvere qualche scritto del passato e di ritornare con la mente a momenti che sembrano lontani anni luce ma che sono appena dietro le spalle. Mi trovavo a Berlino per presentare ad una fiera i nostri prodotti biologici ed in una solitaria serata….


Ancora una volta Berlino. Tempi e passi muovono con sincronico mistero. Sono alla Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche. Non avevo mai visitato l’interno di questo mozzo di reliquia (indice  e pugno  spezzati di una cattedrale affumicata).

 I mosaici della volta, le statue ed i bassorilievi emanano uguali maestosità e precarietà nella magnificenza di ori e pietre devastati da bombe irriverenti.

Forse è il tempo che stiamo vivendo che mi ha condotto a questa tetra vestigia, testimonianza perpetua dell’orrore della guerra. La panoramica sulla città dopo il bombardamento è eloquente quanto angosciante.

Ho bisogno di interiorità e mi raccolgo nella nuova chiesa, un ottagono di cemento e vetro colorato. Non è una bella chiesa ed il Cristo sopra l’altare sembra un aliante pronto alla planata.

C’è gente. Sto soppesando la guerra in Iraq: possibile, probabile, evitabile. Ripenso alle foto su Berlino ed alla forza di chi ha saputo ricominciare. Ritorno allo sfacelo del terremoto in Friuli ed alla determinazione di chi non ha nulla da perdere. L’attuale incertezza è più devastante della disperazione.

Anche per me vale la paura di perderti, il timore di un abbandono forzato, di un non ricongiungimento. Non sono i beni che si perdono, ma sono i cari che si separano.

Ed è improvvisamente organo!

Ed è Bach, ed è una vibrazione dolorosa che si affianca e poi compenetra al fremito cardiaco.

Un prete tutto nero legge e commenta il Vangelo di Matteo con un tedesco per me irraggiungibile, ma dal timbro affascinante.

Poi l’organo emette un basso tono e su quello un coro invisibile sboccia come un fiore inaspettato.

Ora il Cristo vola davvero senza un battito d’ali su pianure sterminate che odorano di Russia. Un volo suadente e penetrante tra erbe piegate da questo vento musicale ed arbusti e fiumi che si lasciano accarezzare.

La musica ed il canto spalancano la mia malinconica prateria.

La nuova orazione del prete non è per me che un’altra vocalità.

Sono situato nel sotto-palco del coro per cui ora a sorprendermi è l’orchestra d’archi che si accompagna all’organo e quest’intrusione altera di ottoni mi costringe ad arrancare su picchi vertiginosi.

Quando il tenore evoca il proprio assolo l’animo quasi si smorza e rimpicciolisce. La mia mano cerca dita che non ci sono …

Poi è città…

Poi è piano superiore di un bus che compenetra e si compenetra della notte artificiale.

Chitarrista all’Europa Center, luci in dissolvenza al Sony Center e la tensio-struttura si fa grigia, azzurra, rosa, violetta ed infine opaco avorio.

I miei passi percorrono Postdamer Platz sino alla Brandeburger Tor e poi Unter den Linden sino ad Alexander Platz.

Nel mio ’73 questo era muro.

La storia a volte permette di banalizzare in una notte ciò che un tempo era vietato sognare.


 

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Lasciamo l’assolata ma gelida Stoccolma felici e soddisfatti per le idee donateci, ma anche per poter tornare a sud fiduciosi che il sorriso di Claudio ci sia di buon auspicio.

 

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… Intanto il suonatore impietrito continuerà ad indicare la maestà del canale ghiacciato …

 

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… e gli uccelli anfibi danzeranno in volo timorosi di poggiare il loro destino su queste implacabili acque …

 

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… mentre temerari uomini protrarranno la loro personale partita con il ghiaccio dei cornicioni attenti a non trasformarsi in uccelli …

 

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